Di cose che ho lasciato e che l’IJ custodisce ancora
L’acqua ho imparato a solcarla da pescatore. Non si parla a riva, si comunica con gesti di capo, a sguardi lunghi, a mani che si muovono con grossolana precisione. Non si parla neppure al largo, perchè il rimbombo della voce sott’acqua spaventa i pesci, così mi diceva mio padre. Amavo andare a pesca con lui, sul nostro lago, acque di cui conoscevo i colori e l’odore.
Era uno dei pochi momenti della mia serena e frenetica infanzia in cui riuscivo a concentrarmi su qualcosa di lento, su numeri piccoli ed azioni ripetitive ed ipnotiche.
Ho imparato a decifrare cosa rimane nascosto nel silenzio, ad ascoltare l’inudibile, ad avere pazienza nell’attendere i risultati. Si andava a remi, anche se avevamo il motore. Le uniche parole, veloci ed in dialetto arido, erano pronunciate quando un pesce cedeva alla tentazione dell’esca e si trovava con le carni incastrate nell’amo. Lì bisognava agire in fretta, oppure con calma e astuzia tecnica, in caso si trattasse di un luccio di grosse dimensioni.
Papà li chiamava gli squali del lago. Io non li ho mai voluti mangiare, ne avevo troppo timore e quindi rispetto. La loro bocca era buca ad uncini all’indietro, un tritacarne a trappola, studiato sull’istinto della vittima che vuole scappare e così facendo si condanna, strappandosi le carni.
La barca per me è silenzio sottolineato dagli scricchiolii di legno piegato dal sole e nocche di dita attaccate a palmi e calli, è bagliori di argento delle scaglie dei pescati precedenti sparsi sul fondo, è due spalle ampie che non si bruciano più al sole, perchè si è già fatta la pelle nuova.
Per questo ad Amsterdam non ho mai voluto noleggiare una barca. So remare da quando ho sei anni, ma non ho mai voluto vivere i canali. Per i cittadini di questa città è un mezzo di trasporto di festa, per fare le chiacchere, bere, mangiare, ascoltare la musica ad alto volume, giocare a fare il capitano della nave manovrando il timone che addomestica il motore.
Sembra molto piacevole, sono sicuro che lo sia. E’ qualcosa che però non è mio. Sentirei di tradire l’ irrazionale e l’ inspiegabile, quindi il sacro. Rifiuto gli inviti e provo un po’ di colpa per lo sguardo stupìto e segretamente contrariato di chi mi ha offerto di passare un pomeriggio sulla sua barca. Soprattutto se è olandese, perchè ti sta chiedendo di condividere con lui qualcosa che è di solito riservato alla famiglia o alla cerchia stretta di amici. Sulla barca non c’è tanto posto, io lo so bene e mi dispiace di dovermi negare questo privilegio. Una barca senza il silenzio e parole fatte di gesti è qualcosa che non riesco ad accettare.
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Amo però i battelli che si muovono lenti sull’IJ, dietro alla stazione, quando devo recarmi a Nord della città. Quelle sono acque diverse dai canali, dalle onde di schiuma grigia, non hanno la consistenza sonnolenta e compatta del lago, sono acque aperte, inselvatichite dal mare, che necessitano e chiedono di essere solcate. Allora sì, lì sopporto il borbottare soffocato e gorgogliante dei motori ed il vociare dei naviganti. Sono mondi differenti, consistenze altre. Valgono quindi regole diverse.
Guardo chi aspetta all’attracco, mentre sono seduto su di una parte rialzata del molo, che si solleva e si abbassa seguendo il respiro dell’acqua. La maggior parte della gente rimane in silenzio e fissa un punto, al di là. Perchè non si è mai così soli come quando ci si trova di fronte all’elemento da cui si è nati e che ora ci si trova a dover solcare e violare. Un canale, con l’acqua costretta in percorsi a misura d’uomo, non ti permette di avvertire questo ricordo antico. Il mare sì, ti fa abbassare gli occhi per il vento che non cessa mai di soffiare e ti fa chiedere per favore se lo stai per attraversare.
Solo un anno fa, questo molo mi ha accolto con gli occhi gonfi, rossi da bruciare. Tornavo da una notte di pianto, in cui mi era stato detto che non ero amato come avrei voluto. Il primo rifiuto, giusta chiusura del primo amore. Sono sceso dal battello veloce verde, il Fast Flying Ferry, del colore prima dei desideri, poi della bile. Ora non ho più motivo di prenderlo, copre una tratta che porta verso una cittadina anonima e dal cielo imbrattato dai fumi delle industrie. L’attesa di un abbraccio di carni forti, di occhi grigi e di un profumo che trovavo solo tra la scapola ed il suo collo, non mi facevano nemmeno vedere quanto era brutto quel cielo.
Da qualche parte, tra quelle acque, ci sono ancora pezzi miei, sbattuti a riva, cibo per pesci ciechi, carne di spirito che ha lasciato piccoli buchi dal peso di voragini, come la bocca del luccio.
E’ ricresciuta pelle nuova, più dura, non ci sono cicatrici.
L’IJ, dopo un anno, ancora si ricorda di gocce salate ed estranee alle sue acque che gli ho gettato dentro. Ancora mi culla sul suo molo e mi dice in silenzio che sono guarito.









Olandesina76 dice:
10 lug 2012 alle 06:31Posso dire che ho pianto anch’io? Mentre ti leggevo ho sentito l’odore del sale del mare e delle lacrime…sono rimasta intrappolata nel tuo sogno raccontato,come spesso..grazie di aver dato a questo mio sonnolento e solitario risveglio una da cantare..
Abbraccio.
marco amico di sara dice:
10 lug 2012 alle 07:38