La tua terra che trema vista da lontano
Ieri mattina, poco dopo aver appreso la notizia del terremoto in Italia, ho avuto una conversazione epistolare con Edith, una donna olandese che vive lì da 44 anni, nostra lettrice e spesso fonte di spunti per i miei post. E’ una femmina della sua terra, bella e dalle opinioni forti, come si usa qui. A volte si complimenta per quello che scrivo, altre mi sgrida perchè non è d’accordo.
La nostra discussione ieri è scaturita dalla sua paura, ancora presente nelle ossa, della prima ondata di scosse sismiche e dal mio inconscio desiderio di non ascoltare un’altra sensazione che più che nelle ossa scorre nelle carni, ovvero il senso di colpa.
Perchè sono qui, perchè io sono andato via ed ora i problemi della terra che mi ha cresciuto e coltivato fino a pochi anni fa non mi appartengono più, mi sfiorano solo. Una parte di me, forse quella più irrazionale, sente di tradire in questo modo la mia famiglia, i miei amici che ancora vivono in Italia, la gente che non conosco ma che è comunque la mia gente.
Essere emigrato è difficile, sempre ed in ogni luogo. Lo è per Edith, che vive da tanto tempo in Italia, parla bene la nostra lingua ma a volte ancora non si sente a casa. Lo è per me, che me ne sono andato per una questione di dignità personale, perchè c’erano battaglie che nel mio Paese non potevo vincere ed il tempo di una vita non è molto, come per tutti. Non avevo il lusso di potermi permettere di aspettare che le cose cambiassero.
Gli emigrati sono alieni, creature preziose, che vivono dove non si sentono a casa ma trovano un modo, quotidianamente, di costruire il proprio nido e di far fronte alle difficoltà che un autoctono non ha. Che sia Edith. Che sia io. Siamo la differenza, che è allo stesso tempo risorsa e croce. Siamo anche una minoranza, che sia in Italia che qui, spesso vuol dire croce e basta.
Vediamo da lontano le persone con cui poco tempo prima condividavamo tutto o molto, sbirciamo le loro fotografie in internet dove noi non appariamo, scriviamo e-mail, facciamo lunghe telefonate con skype, ci congratuliamo per la nascita di bambini che forse vedremo quando già saranno in grado di camminare e per un attimo giochiamo a far finta che non siamo mai andati via. Un languore in fondo allo stomaco però c’è sempre, perchè, nel bene e nel male, noi siamo lontani e ci perdiamo molto. Le persone che ci vorrebbero con loro perdono altrettanto.
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Ho poco da raccontarmi che lo sappiamo che l’Italia è una terra a rischio sismico, che abbiamo dieci vulcani attivi, che l’abbiamo studiato sul sussidiario delle elementari che la Placca Africana si sposta verso la Sicilia e nessuno può farci nulla. Posso anche giustificare la mia freddezza di facciata dicendo che, in fin dei conti, le catastrofi naturali e non, in Italia sono così legate alla nostra storia che sono diventate invisibili, parte di un quotidiano di macerie e di morti.
In realtà la mia freddezza è data dal senso di impotenza che la lontananza non fa altro che alimentare. Perchè io sono al sicuro e stupidamente, forse credo di non meritarmelo.
Vorrei concludere questa riflessione con una frase tratta da un recente documentario girato da due giovani registi italiani (Italy: love it or leave it, QUI il sito ufficiale), che vi invito a guardare: “Eh ma l’Italia è così Gustav…Ti devi concentrare sulle cose belle, altrimento non se ne esce…”.
Inoltre, vi lascio con una libera traduzione di una un paio di versi di una poesia olandese, Herinnering aan Holland di Hendrik Marsman (1899-1940), che mi è capitata tra le mani proprio ieri pomeriggio, nel bel mezzo del mare mosso delle mie sensazioni, e che mi ha fatto capire che gli olandesi sanno, nel loro modo indecifrabile, cosa stiamo vivendo.
…En in alle gewesten wordt de stem van het water, met zijn eeuwige rampen, gevreesd en gehoord.
…E in ogni dove è presente la voce dell’acqua, con le sue catastrofi senza fine, temuta ed obbedita.









Olandesina76 dice:
30 mag 2012 alle 05:53” Partire è un po’ morire
rispetto a ciò che si ama
poiché lasciamo un po’ di noi stessi
in ogni luogo ad ogni istante.
E’ un dolore sottile e definitivo
come l’ultimo verso di un poema…
Partire è un po’ morire
rispetto a ciò che si ama.
Si parte come per gioco
prima del viaggio estremo
e in ogni addio seminiamo
un po’ della nostra anima. ”
(Edmond Haracourt)
fede india dice:
30 mag 2012 alle 19:26anch’io mi sento un pò così Marco, grazie per aver scritto queste parole.
Fede
marco amico di sara dice:
30 mag 2012 alle 22:33Grazie a voi per i vostri costanti feedback
sara dice:
04 dic 2012 alle 20:34..e io pure..
Giulia dice:
29 gen 2013 alle 16:55I bambini che non puoi vedere crescere, il senso di colpa, la punta di malinconia di sottofondo nella quotidianita´… Mi hai commossa, hai colto i nodi che sento e non riuscivo a sciogliere in parole… Grazie.
marco amico di sara dice:
29 gen 2013 alle 23:07Grazie a te Giulia che sei riuscita a leggere oltre alle parole
Spero continuerai a seguirci!