Berlinale, le mini recensioni dei primi tre giorni
Competizione
Les Adieux à la Reine
Dall’omonimo romanzo del 2002 della scrittrice e storica Chantal Thomas, i primi tre giorni dopo la presa della Bastglia visti con gli occhi della dama di letture di Maria Antonietta. Tante parole, troppe parole direi, per una bella ambientazione di cui però, in fin dei conti, ci si mette un attimo ad annoiarsi e a pensare che dopotutto non ce ne importa un fico secco di tutto quanto. Quantomeno Lea Seyodux è una bellezza fresca che non stanca e, almeno per il pubblico maschile, è una magra consolazione.
Per ora il migliore film visto in concorso. Un gruppo di carcerati di massima sicurezza di Rebibbia mette in scena il Giulio Cesare di Shakespeare. I fratelli Taviani riescono a fondere documentario e fiction con splendide pennellate di regia, qualche caduta a vuoto retorica, ma tanta, tanta sostanza. Avvincente e molto affascinante.
Film tedesco con Nina Hoss ambientato nella Germania dell’Est tra gli anni ‘70 e ‘80. Nina Hoss è un medico che si trasferisce in una cittadina del nord est dopo avere avuto qualche grattacapo con la stasi. Sta nascondendo qualcosa, vorrebbe fuggire ad ovest, ma la vita e il senso del dovere la pongono davanti una scelta molto difficile. Noioso oltre misura, il cinema di Petzold (di cui avevo visto Jerichow) si conferma povero di storie e contenuti. La storia che racconta, compreso il finale, è l’unica possibile partendo da questi elementi. Non solo sono emozioni che già si conoscono, ma il come vengano raccontate è quantomai anonimo. Mai una scena formalmente affascinante, mai un po’ di coraggio. Cinema vecchio già in partenza
Film francese che cita, seppur non palesemente, il caso di Natascha Kampusch, l’austriaca sequestrata da bambina che instaurò un’ambigua relazione con il suo rapitore. Non si capiscono bene le ragioni di lui, rapitore per caso, sempre gentile e amorevole, né è ben comprensibile lei. Va bene la sindrome di Stoccolma, ma bisogna rappresentarla bene per poterci credere. Film non brutto, semplicemente inutile
Una sorta di 25esima ora all’africana. Siamo in Senegal e sappiamo che il protagonista ha solo 24 ore da vivere. Non è chiaro se sia una favola, una condanna a morte o altro, ma l’ultima giornata del protagonista è un bel concetrato di scene alternativamente commuoventi e colorate, intime e di estrema attualità. Il regista Alain Gomis gira e monta benissimo. Non è un thriller, ma lo sembra, ogni inquadrature nasconde un’idea. Ad averne di cinema così.
Fuori Concorso
I nazisti in tutti questi anni si sono nascosti sul “dark side of the moon” e ora meditano il ritorno sulla Terra. Doveva essere il film del festival, quel mix di pazzia, grottesco e ironia che ti aspettaresti da un film finlandese da sette milioni e mezzo di euro (poco per una pellicola di fantascienza, tantissimo per un film scandinavo), ma ci si annoia parecchio, le esplosioni galattiche sono più dei dialoghi e delle situazioni no-sense e alla fine si sorride solo in un paio di occasioni. Peccato.
In The Land of Blood and Honey.
Il film dell’inedita Angelina Jolie regista non è americano come ci si potrebbe aspettare, anzi è noiosetto e sembra scimmiottare il cinema europeo. Peccato che lo faccia in malo modo, anche se non terribilmente. Certo è che inventarsi la storia di una donna bosniaca mussulmana infatuata del suo carceriere serbo è davvero un bel rischio da prendersi. La guerra dei Balcani è iniziata solo 20 anni fa, logico avere su di sè tutti i fari puntati e non potersi permettere nessun errore. La Jolie (che è anche sceneggiatrice) ne commette, il film è noioso, ma viene comunque voglia di giustificarla dato l’impegno. Qui la recensione completa.
Extremely Loud & Incredibly Close
Alla fine ho pianto come una fontanella, nonostante mi rendessi conto che il film sia piuttosto furbetto e che ogni cambio di storia operato dal bel libro di Jonathan Safran Foer sia stato fatto in peggio. Qui la recensione completa
La frase del post
Avrei voluto parlarle di tutte le bugie che le avevo raccontato. E che lei mi dicesse che non c’era niente di male, perché a volte bisogna fare qualcosa di cattivo per fare qualcosa di buono.
Jonathan Safran Foer – Molto forte, incredibilmente vicino
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Daniele dice:
12 feb 2012 alle 18:10Mediamente molto pubblico/tutto esaurito nelle varie proiezioni?
Berlino cacio e pepe dice:
13 feb 2012 alle 07:22si, anche se devo dire che ti dico quanto mi è stato riportato, ancora non ho visto un film con il pubblico, ma solo le anticipate per la stampa