Berlino cambia volto – (parte 1)
Pubblico qui la sintesi di un articolo che ho scritto lo scorso agosto per il quotidiano Liberal. Spero lo possiate trovare intreessante e senza errori (ma ho timore, nonostante le tante ricerche effettuate, che qualcuno troverà qualche imprecisione, se così è me ne scuso in anticipo).
Berlino 16 Agosto 2010. “La parvenu delle metropoli”. Così Walther Rathenau il ministro degli esteri della repubblica di Weimar definiva la Berlino di inizio novecento, e allo stesso modo si può, a distanza di un secolo, riparlare della capitale della Germania. Una città sempre di rincorsa, non per forza in meglio. Se dopo la caduta del muro, Berlino è diventata progressivamente il maggiore punto di ritrovo europeo per giovani, artisti e persone più che mai attratte da uno stile di vita pacato, economico e a grandezza d’uomo, ora il tradizionale mito della nuova metropoli occidentale, moderna, ricca e ordinata, sembra sia destinato a distruggere quanto creato negli ultimi vent’anni. E cioè quel clima di vita bohémien che, complici i tanti spazi abbandonati e un’offerta di locali maggiore della domanda, ha dato vita ad una serie infinita di caffè, atelier e locali in qualsiasi angolo della città. “Berlino è povera, ma sexy” disse qualche anno fa, l’attuale sindaco (lo è dal 2001) Klaus Wovereit. Purtroppo le prospettive futuro probabilmente cambieranno percorso.
I grandi investimenti urbanistici e sociali che le casse della città hanno dovuto sostenere nell’ultimo ventennio per cancellare le tracce del muro, attrarre imprese, turisti e dare aiuto ai tanti ex DDR catapultati in un mondo capitalista in cui è stato difficile trovare per una loro una nuova collocazione lavorativa, hanno più volte fatto rischiare la bancarotta. Ricattata, per quanto possibile, da questa situazione, l’amministrazione comunale ha ascoltato sempre con interesse le proposte dei vari investitori-speculatori edilizi. La Germania è pur sempre (lo dimostrano anche gli ultimi studi dell’Istat: più 2,2% di incremento Pil nel primo trimestre 2010, ritmo di crescita più elevato dalla riunificazione) la “locomotiva d’Europa”, e Berlino, in quanto sua capitale, non potrà che diventare ancora di più il punto nevralgico dell’economia del vecchio continente. Van bene gli artisti, è vero che il turismo aumenta, ma è necessario anche gettare le basi zone “di classe” che siano pronta ad accogliere i nuovi ricchi e gli uffici di chi sposterà qui i propri centri direzionali. I quartieri borghesi di Charlottenburg, Wilmersdorf e Steglitz sono purtroppo troppo istituzionali, emanano quella grandezza dell’ex parte ovest che, se un tempo simboleggiava una ricchezza che ad est potevano solo sognare , ora appare ad alcuni come un’esagerata ostentazione di un benessere lontano dallo spirito della città. Ecco quindi il desiderio di trasferirsi nelle zone “ribelli”, quelle che un tempo erano al confine con il muro, e per questo poco ambite, ma che oggi sprizzano vitalità da tutti i pori, riflessi odierni di quel principio della “Zwischennutzung”, dell’utilizzo temporaneo (non c’è nulla di permanente, nessuno sa bene a chi appartenga un determinato edificio e se e quando arriverà mai il denaro per la sua ristrutturazione) che a fine ’90 spinse molti operatori del settore immobiliare ad affittare per brevi periodi i loro spazi a gestori dei club. Di tutto questo, i moderni yuppies tedeschi si accorgono oggi solo del risultato: “qui è tutto molto fico”, senza pensare a ciò che c’è e c’è stato dietro. E’ bello andare al lavoro in giacca e cravatta mentre nell’edificio accanto un locale reggae organizza la serate di festa e divertimento mentre sul marciapiede dall’altra parte della strada puoi trovare il pittore che dipinge il fiume o il musicista panamense che canta le sue canzoni. Tutti quindi a Kreuzberg, tutti a Friedrichshain, due quartieri un tempo divisi dal confine di cemento e ora uniti nell’animo e nelle preoccupazioni (sono stati uniti in un’unica circoscrizione, unico caso in una Berlino che ancora riflette burocraticamente le delimitazioni di un tempo).
E’ da qui che nasce il progetto Mediaspree: erigere una grandissima area lungo la Sprea in una delle ex zone industriali della parte est a due passi dall’East Side Gallery (il lungo tratto di muro su cui sono stati dipinti i famosi graffiti). Se ne era parlato già a metà anni ’90, ma tutto naufragò per mancanza di soldi e investitori. Il tempo però passa, le priorità cambiano e così già nel settembre del 2008, proprio in questa zona ricca di locali, scuole d’arte, centri autogestiti e progetti di vita anticonvenzionali, fu inaugurata la O2 World Arena, un immenso palazzetto dello sport (capacità di 17mila spettatori costato 165 milioni), tra i più moderni complessi sportivi al mondo, che appare però tuttora come un elemento alieno rispetto al resto del paesaggio che la circonda. Non riflettendo forse abbastanza sul rischio che uno stravolgimento urbanistico del quartiere, ne farebbe scendere proprio quel fascino che ora rincorre, si vogliono costruire hotel, case di lusso ed uffici di società che si credono come giovani e cool, come afferma lo stesso Christian Meyer, portavoce del progetto Mediaspree: “Vogliamo inquilini attraenti, giovani, come Mtv o Viva!. Aziende che possano essere definite sexy”. Sarà pure, per ora sul sito del progetto, www.mediaspree.com, appare da mesi un anonimo “coming soon”, arriviamo presto.
(fine prima parte…per continuare a leggere la seconda pate, cliccare qui)
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