Zingarate

La seconda vita di Tempelhof

Tra i tanti simboli del cambiamento di Berlino, sia pensando alla gentrification, che ai significati storici, c’è senza dubbio l’aeroporto di Tempelhof. Durante la Berlino divisa erano tre gli aeroporti funzionanti: ad est quello di Schoenefeld, ad ovest quello storico di Tempelhof e quello più moderno di Tegel. Decidere quale dei tre tenere aperto e cosa farne degli altri due divenne uno degli argomenti principali dell’agenda del senato cittadino. Dopo circa dieci anni di discussione si è deciso di potenziare Schoenefeld e di chiudere sia Tempelhof (nel 2008) che, Tegel (nel 2013). Capire cosa fare dell’immensa area lasciata libera da quel che fu l’aeroporto principale di Berlino Ovest è stato uno dei problemi del recente passato che più hanno coinvolto la città. Due le ragioni principali: il suo valore simbolico e il suo potenziale commercial-immobiliare. Con l’abbattimento del muro Tempelhof, da ex zona di frontiera o quasi, si è ritrovata ad essere parte del centro(geografico) cittadino, ai margini di un quartiere – Kreuzberg – tra i più ambiti dalla nuova borghesia cittadina. Case, centri commerciali, hotel di lusso: di idee “piene di cemento” ce ne sono state tante, ma tutte hanno trovato l’opposizione dei locali cittadini, più che mai contrari ad una “gentrification” (leggete qui Berlino cambia volto) che dilapidasse tanto la bellezza del luogo quanto il suo valore storico.

La storia. Nonostante lo si conosca come un aeroporto “nazista”, in realtà Tempelhof nasce molto prima, già nel 1923. Hitler lo potenziò e ingrandì durante la sua dittatura, grazie ai progetti del fido Albert Speer e durante la guerra è da lì che partirono molti dei voli carichi di bombe per l’est Europa. Finita la guerra, Tempelhof ci mise un attimo a trasformarsi in un simbolo opposto, da punto di partenza di morte e stragi, a pista d’atterraggio della democrazia e liberà. Parlo del leggendario “ponte aereo di Berlino”, di cui Tempelhof fu assoluto protagonista.

Tanto tempo è passato da quando l’Unione sovietica creò, la notte dell’11 Maggio 1949, quello che fu definito e ricordato tuttora come “il blocco di Berlino”. Poco meno di 11 mesi, con inizio il 25 Giugno 1948, che si possono definire come il primo atto reale di quella sarebbe stata successivamente definita come la “guerra fredda”, quel conflitto mai scoppiato, ma che per quasi cinquant’anni ha significato corsa agli armamenti, un mondo diviso in due blocchi, politiche estere invadenti a sfavore dei Paesi non schierati da una parte o dall’altra  e il continuo timore che ogni giorno di pace in più rappresentasse ventiquattro ore in meno di un drammatico conto alla rovescia verso l’ennesima tragedia. “Non so con cosa sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma so che la quarta sarà combattuta con sassi e bastoni” disse una volta Albert Einstein.

Il “blocco di Berlino” nacque dalle difficoltà incontrate dagli Alleati nel gestire il dopoguerra in Germania. Quel Paese protagonista in negativo di entrambe le guerre mondiali doveva essere sia “punito” che impossibilitato a riformare in futuro una forza politica ed economica così spaventosa come era stata in passato. In una città, come già detto, divisa in quattro aree dagli accordi di Postdam dell’estate del 45 – una divisione che doveva essere inizialmente solo temporanea in attesa di nuovi colloqui di pace che riaffrontassero la questione – l’inflazione galoppava velocemente verso cifre insostenibili dalla popolazione e così, nei primi mesi del 1948,  agli statunitensi, in accordo con inglesi e francesi, decisero di  il marco come valuta ufficiale assieme all’attuazione del piano Marshall. Era un tentativo per ristabilire un’economia alla deriva, ma dietro c’era anche la volontà di spingere verso una riunificazione della Germania. Una moneta unica sarebbe stato il primo passo verso una possibile, e futura, unica sovranità tedesca. Stalin si oppose: non solo ancora insisteva ancora per degli alti risarcimenti di guerra che i tedeschi non si potevano permettere, e che soprattutto non trovavano adesione presso le altre potenze vincitrici, ma pretendeva anche una piena smilitarizzazione della Germania. “Siamo stati invasi dalla Germania due volte negli ultimi trent’anni”. Il 24 Giugno, quasi come ripicca verso la politica economica scelta unilateralmente degli stati occidentali, Mosca  ordinò la chiusura totale di  strade, ferrovie e condotti d’acqua del settore occidentale di Berlino.

La capitale tedesca era ancora una città in rovina, incapace di provvedere ai suoi abitanti senza aiuti esterni. La sua parte ovest si ritrovò improvvisamente al buio, senza elettricità, senza benzina né acqua. Il rischio che i paesi occidentali la potessero lasciare in balia di sé stessa e dei voleri russi, abbandonando i tre settori che avevano presidiato negli ultimi tre anni, divenne l’incubo di molti berlinesi. Così non accadde: non potendo passare via terra, dove i russi non avrebbero dato via libera, due giorni dopo il blocco gli Stati Uniti organizzarono con l’aiuto di inglesi, francesi, sudafricani, australiani e neozelandesi continui ponti aerei da città inglesi e francesi al fine di sostenere tutti quei cittadini a rischio denutrizione e malattia. L’idea fu del governatore statunitense della zona d’occupazione americana, il generale Lucius D. Clay. Fu così che Tempelhof divenne Tempelhof e negli undici mesi successivi arrivarono circa 2.110.235 tonnellate di merce per un totale di 277.728 voli (più alcuni, purtroppo tragicamente falliti). Dopo l’11 Maggio il ponte aereo continuò, per precauzione di un possibile nuovo, futuro blocco, fino al Settembre dello stesso anno, mettendo da parte scorte di vario tipo.  Per l’URSS, che aveva voluto dare con il blocco di Berlino una prova della sua forza, il ponte aereo organizzato dall’ovest rappresento una tremenda sconfitta. Consci che una prossima riunione fosse altamente improbabile, gli stati occidentali diedero il 23 maggio 1949 il via libera alla costituzione della Repubblica Federale Tedesca, mentre il 7 ottobre l’Urss annunciò la nascita della Repubblica Democratica Tedesca.

La storia Tempelhof – questa storia – è  uno snodo fondamentale quando si studia la vita di Berlino. La divisione in est ed ovest, il muro e tutto quanto, nacquero dal successo di quel ponte aereo. Non ci fosse stato, forse Berlino sarebbe stata completamente russa e non si sarebbe mai parlato di muro, ma semplicemente di due stati separati, RFT e DDR. Nessun discorso di Kennedy o Reagan, nessuna fuga miracolosa o cecchini pronti a sparare chi tentava di scappare verso la libertà.

Se Tempelhof non fosse stato Tempelhof, forse la Berlino di oggi avrebbe scelto per una soluzione diversa quando si è trattato di decidere la nuova destinazione dell’ormai ex aeroporto. Nonostante nell’ultimo decennio le casse della città fossero, e siano tuttora, vuote e le speculazioni immobiliari sono all’ordine del giorno, alla fine il buonsenso e la memoria storica hanno fatto optare per la soluzione meno invasiva di tutte: nessuna trasformazione in hotel, luna park o residence alla moda, ma lasciare tutto così com’è e trasformare la grande pista d’atterraggio e i prati intorno in un enorme parco cittadino, il più grande per estensione all’interno di una capitale europea. Oggi se ci passeggiate, ci trovate famiglie, grill, giochi di ogni tipo, un ambiente sereno e così sconfinatamente senza un filo di ombra, che ogni tanto la gente arrostisce direttamente per terra, senza bisogno della brace.

“Tempelhof non è solo un city airport ancora valido, come London city, è un luogo del ricordo”, scrisse alle’poca l’editorialista del quotidiano Die Welt, Ulrich Clauss. “Avevamo paura di diventare l’ennesimo luogo anonimo fatto solo di luci e grandi negozi” gli raccontò, nello stesso articolo, Michael,  trentenne psicoterapeuta, da dieci anni proprietario di un appartamento nell’attiguo viale di Mehringdamm, “Per quanto il rumore continuo degli aerei non fosse il massimo, annullare la storia di questo luogo sembra a tutti un vero e proprio delitto”.

Il rischio che una speculazione edilizia  potesse concretizzarsi fu così alto che, prima con una raccolta di firme, poi con manifestazioni e, infine, promuovendo una consultazione popolare per la riapertura dello scalo (nell’aprile 2008: bassissima affluenza, ma abbastanza per mandare un segnale) i cittadini cercarono di dimostrare quanto tenessero alla sorte di quel posto. E così, dopo un anno di limbo durante il quale Tempelhof fu stato utilizzato per ospitare fiere di varie tipo (compresa quella dell’abbigliamento casual, il Bread & Butter), un festival di musica (con esibizioni di Jarvis Cocker, Peter Doherty, Peaches, Bloc Party e tanti altri) e una tentata occupazione abusiva promossa da ragazzi dei centri sociali (sventata dalla polizia al gran completo), il sindaco di allora (e di oggi) Wowereit si convinse dell’idea del parco. Meglio una cicatrice testimone del passato che i soldi per un futuro senz’anima.

La frase del post

Gente del mondo… Guardate questa città!

Ernst Reuter (sindaco di Berlino durante il “blocco” del 1948)

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6 Commenti

6 risposte a “La seconda vita di Tempelhof”

  1. Matteo dice:

    19 lug 2011 alle 19:39

    Quella che i fricchettoni di turno (di cui Berlino è piena) chiamano “speculazione edilizia” non è altro che lo sviluppo della città. Queste barricate dal sapore hippies sono di una tristezza inaudita in una città piena di disoccupazione e povertà. L’area di Tempelhof è enorme, ci si potrebbe fare di tutto, parchi (veri, non striscie d’asfalto in mezzo al nulla senza un singolo albero), uffici, industrie terziarie e nuove abitazioni moderne… invece no, questi “Gammler” si devono opporre, e per proteggere le loro ideologie privano la città del suo futuro.

  2. Berlino Cacio e Pepe dice:

    19 lug 2011 alle 19:55

    boh, non sarei così sicuro che uffici, industrie, terziario, ecc ecc sia per forza un futuro migliore

  3. Berlino Cacio e Pepe dice:

    19 lug 2011 alle 19:58

    anche quella che tu scrivi qui è, in fin dei conti, come la chiami tu, un’ “ideologia”, o meglio, una visione personale di ciò che pensi sia il bene comune. Ci si confronta, ci si conta e si vede chi è di più, è questa la democrazia.

  4. Matteo dice:

    19 lug 2011 alle 20:30

    Certo, altrimenti non scriverei la mia opinione.
    Progettare la città, invece di rimanere nell’immobilismo È per un futuro migliore.
    Cosa offre oggi Tempelhof oltre ad una distesa di erba e asfalto? e cosa potrebbe offrire tutta la zona riprogettata da 0? Se andiamo a vedere bene non esiste un singolo vantaggio che la situazione attuale può offrire rispetto ad un nuovo grande progetto. Questa è un occasione unica dare qualcosa alla città, in termini sia di lavoro sia servizi per il cittadino, mentre la memoria si può proteggere integrandola al nuovo sviluppo urbano.
    La città di Berlino dovrebbe aprire un nuovo grande concorso per lo sviluppo di questa zona, unendo gli investimenti privati alle esigenze della città. Le scuse stanno a zero, e prima o poi si procederà in questo modo, e il naturale sviluppo della città.

  5. Bruno dice:

    19 lug 2011 alle 22:30

    Matteo, credo di capire il tuo discorso,e di base potrei anche essere d’accordo.
    Però credo che Berlino abbia già dato prova di sapere ricostruire, reinventarsi,ripartire -anche architettonicamente- da zero senza nostalgie (tranne quelle dei cittadini che protestano quando qualche memoria del passato viene abbattuta).
    Caso mai se a Tempelhof NON si farà così, sarà solo un’eccezione, in una città che le tracce del passato -un passato di cui tutti si sentono parte- le sta cancellando senza tante esitazioni.

    Ho visto buona parte delle bacheche che sulla Kurfürstendamm raccontano la storia del viale, per il 125. anniversario. Anche lì è tutto un raccontare cosa ci fosse a questo o quel numero civico anticamente, e non tutto è sparito per colpa della guerra. Sparito o imbruttito – l’esempio dell’Istituto di Cultura Francese, per chi può vedere le foto di com’era, è significativo.

  6. F. dice:

    20 lug 2011 alle 11:10

    Esiste una terza via? Forse immaginare un nuovo modo di costruire che non sia solo gentrification, prendete i tanti lotto liberi in città. Sono un’occasione, una possibilità concreta per i “giovani” architetti di disegnare una città diversa da come fin ora è stata considerata. Non è poco.


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