Zingarate

Mani in alto! (parte 1)

All’inizio del blog vi parlai di un’avventura avuta con la polizia berlinese. Bene, inizio il nuovo anno, svelando l’arcano. Parto dalla scena madre e ricostruisco a ritroso. Sono all’ultimo piano di un palazzo su Auguststrasse, una delle vie del centro più ricche di gallerie d’arte e palazzi storici, uno di quei luoghi in cui è bello passeggiare. Mi avvicino alle scale, vorrei riscendere giù, ma come poso il piede sul cingolante gradino, una voce femminile dal piano di sotto mi grida qualcosa di incomprensibile, ma di chiaramente intimidatorio. Mi affaccio con la testa verso la tromba delle scale e vedo una pistola puntata contro di me, tenuta in mano da una cicciottella tedesca mora, intorno alla trentina con un neo sulla guancia e un volto tutt’altro che cordiale, almeno da quel che ricordo, anche se in realtà all’epoca vidi solo la pistola e pensai che la stessa voce ascoltata qualche secondo prima fosse uscita dalla canna dell’arma e non da qualcuno che la impugnava. Stavo forse svolgendo qualche attività criminale?No, almeno non credevo. Dove ero allora?

Facciamo un salto a due giorni prima. E’ venerdì, e come già scritto, venerdì è il giorno dei vernissage a Berlino. Raggiungo una mia cara amica in una galleria per fare due chiacchiere e vedere una collettiva. Mentre parliamo, lei mi fa accenno ad una particolarissima mostra che inizia il pomeriggio del giorno dopo – Sabato – e che va avanti solo per 24 ore. “Dove è?”, “Starà su Auguststrasse, ma comunicheranno il numero civico solo la mattinata di domani attraverso il loro sito web, tieni il bigliettino da visita”. E così lei mi porge un piccolo rettangolo di cartone completamente nero se non per una piccola misteriosa scritta in bianco con l’indirizzo del sito (qualcosa tipo geneis-projekt.com”). Io ho già un impegno sabato sera, non posso andare con lei, e così decido di andarci il giorno dopo con qualcun altro. Se arrivo per le 16 ho un paio di ore per vedermela prima che chiuda. Domenica mattina controllo il sito per l’indirizzo preciso. Come il flyer anche questo è completamente nero tranne che per una piccola scritta bianca con l’indirizzo. Contatto un paio di amici su facebook, e il caso vuole che l’appuntamento che mi do per le 16 davanti al luogo, mi pare che il numero civico fosse il 18, ma non ne sono sicuro, comunque era su Augustrasse, sia solo con italiani. Nell’avventura che seguirà mi accompagnano quindi due ragazzi romani, un friulano e un’amica venuta in visita a Berlino a trovare uno dei due romani e che si ricorderà a lungo dell’esperienza. Il thrilling inizia da subito. Il numero civico che cerchiamo non esiste. C’è il 16 e il 18, e in mezzo una porta di legno mezza distrutta semplicemente appoggiata al muro. Abbiamo qualche dubbio nel varcarla, sembra quasi che ci si stia per introdurre in un luogo misterioso e per niente accattivante, ma mentre discutiamo vediamo una coppia di giapponesini con delle macchine fotografiche più grandi delle loro capocce, uscire da quella strana porta. Il friuliano del gruppo gli chiede se davvero c’è una mostra all’interno e loro confermano. Ok, quindi siamo nel posto giusto.

Fino a quel giorno avevo sempre pensato che se c’è  uno stereotipo razziale che funziona più degli altri, è quello che accumuna i giapponesi e gli orientali in generale all’affidabilità e al rispetto delle regole. Mi sbagliavo. Quei due giapponesini carini carini, quelli che quando li vedi ti vien voglia di fare qualche battuta perché ti immagini che siano pronti a fotografare anche un cancello con le inferriate verdi semplicemente perché ha le inferriate verdi, beh, quei due giapponesini ci avevano appena rifilato il pacco. A posteriori mi sento come quel mio amico che durante una gita a Cuma durante il primo anno di liceo, dopo una sosta all’autogrill, quando ormai ci eravamo di nuovo nel pullman, richiamò l’attenzione di tutti i compagni di classe per mostrare loro la confezione del suo nuovo, modernissimo, cellulare appena comprato da un tizio all’Autogrill, salvo scoprire, lui con noi, che ciò che aveva acquistato non era un nuovo modo di comunicare, ma un classico modo per salare la pasta. Insomma, tornando a noi, varchiamo la porta, e ci ritroviamo all’interno di un cortiletto. Subito, sulla nostra destra c’è l’entrata di una palazzina che sembra pronta al crollo, ma che è anche l’unica che può ospitare qualcosa che abbia attinenza con l’arte. Logico che nel frattempo anche il cervello di noi cinque fosse arrivato alla conclusione che si stava per andare a visitare una mostra sui generis, una delle tante allestite in luoghi abbandonati di Berlino, dove la creatività è pronta a coprire buchi di cemento, obbrobri architettonici e abbandono estetico. Vi dico la verità: sul momento eravamo gasatissimi. I vari “che ficata”, “siamo dei grandi”, “Andrea grazie per avermi chiamato”, “solo a Berlino succedono cose così straordinariamente strane, Roma in confronto è una città morta”  e “solo a Berlino succedono cose così straordinariamente strane, Gorizia al confronto è una ciii…“, “Ah, è una città?”, si rincorrevano uno dietro l’altro, senza soluzione di continuità. Mentre saliamo gli sfondati gradini del primo piano, più che un gruppo di amici sembriamo una squadra di football negli spogliatoi qualche minuto prima del Super Bowl. Ci manca la danza maori e siamo a posto. Ci incitiamo a vicenda, facciamo salire il fomento, ci autoalimentiamo di una serie di frasi banali nel contenuto, ma fondamentali per tenere alto il morale, naturale reazione a un misto di eccitazione e paura che sempre contraddistingue quei momenti in cui ci si vuole convincere che si sta per vivere qualcosa di memorabile proprio perché si sta spingendo più in là l’asticella dell’audacia personale, materiale per quel bagaglio di esperienze da uomo vissuto che costruisce intorno a te quell’aurea di ficaggine che aiuta tanti a rimorchiare, a coprire i momenti morti di una conversazione con una con cui si vuole fare colpo a colpi di “non sai di quella volta in cui io…”, un’aurea a cui noi quattro (escludo la ragazza) ambiamo con avidità,  ma che possediamo in piccole, quasi invisibili quantità e che non possederemo in misura maggiore alla fine della storia che stavamo per vivere, anzi…

Dopo la prima rampa di scale, roba che ad ogni gradino salito ringraziamo tacitamente il cielo per a solidità delle costruzioni tedesche, resistenti a qualsiasi intemperie e apparenza di rudere, davanti a noi si apre un intero appartamento a dir poco abbandonato. Letteralmente distrutto. Mattonelle del pavimento divelte, fili elettrici che escono dalle pareti laterali e dal soffitto, uno addirittura da una finestra e non voglio sapere da dove parta e cosa colleghi. Si cammina in mezzo a materiale da carpentiere, pezzi di cartone buttati per coprire il non pavimento e altre schifezze. Ogni stanza è una piccola tessera di un puzzle sugli sqatters, con due uniche inamovibili certezze: di artistico non c’é nulla da nessuna parte, a meno che il giorno prima non c’è stata una live performance su come si distrugga una casa, e che ad ogni angolo puoi trovare un accampamento di birre vuote e semivuote, in alcuni casi anche appena stappate e ancora piene. Giriamo per le varie stanze con espressioni sempre più sbigottite. Se prima era “Andrea, ci ha portato in un posto fichissimo”, dopo qualche minuto si passa a “Andrea, mando ca*** ci hai portato?”. Io cerco di sdrammatizzare la situazione, controllo velocemente tutte le camere con l’ansia di chi sente la responsabilità di avere chiamato degli amici a vedere una mostra che pare non esserci. Ricorro alla fantasia: “Secondo me è tutta una candid camera, è come quel film, Rat Race, c’è qualcuno che ci sta osservando con delle videocamere nascoste ridendo di  come girovaghiamo e siamo pronti a posare la nostra attenzione su di una semplice sedia perché è l’unica cosa che pare abbia un senso. L’arte della sedia”.

Riprendiamo le scale e saliamo al secondo piano….

(il racconto continua  qui)

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