
Sono a Berlino dall’Aprile 2009, sono rimasto 3 mesi per prendere un po’ di contatto con la città e poi sono tornato all’inizio del
novembre dello stesso anno. Avrei passato con piacere qui anche l’estate, ma avevo un po’ di impegni lavorativi a Roma (la mia città) e altrove e volevo farmi una bella vacanza di mare e così tornai subito dopo che finì il Film Festival di Roma. Poco importa, la premessa forse è inutile, ma questo per dirvi che
ben un anno e mezzo fa non avrei mai creduto che sarei caduto anche io nella pigrizia comune a tanti berlinesi.
Quale? Quella che ti spinge a rimanere e cercare spesso nel tuo quartiere, che si tratti di un locale dove ballare, che un ristorante o un pub. Qui dove i mezzi funzionano straordinariamente, con il sistema delle metropolitane (Ubahn e Sbahn) che continuano senza sosta a passare ogni 15-20 minuti (a seconda delle linee) anche durante le notti del weekend, con autobus notturni precisi al secondo e con splendide piste ciclabili pressoché ovunque, beh, nonostante tutto questo, si cerca di rimanere sempre vicino. Me lo disse allora la mia amica italiana Mariachiara parlando di un paio di suoi amici e io risposi: “No, per me non sarà mai così”.
Ed eccomi invece anche lo scorso venerdì a voler rimanere vicino casa quando si è trattato di andare in un ristorante. Vabbè che il mio quartiere è il più fico di tutti, davvero, senza se e senza ma (Friedrichshain), ma anche parlando in genera, Berlino è una città straordinaria per chiunque voglia provare cucine esotiche. Poiché la cucina tedesca non è sempre molto invitante (ma ieri ho mangiato degli squisiti Kaesespaetzle fatti dalla mia ragazza), qui le cucine straniere abbondano.
E tanta concorrenza fa sì che i prezzi siano davvero economici. Insomma, volevo provare qualcosa di nuovo e nell’agenda dei ristoranti da visitare, ci mancava quello
srilankese su Gruenberger Strasse 66, dal nome Sigiriya, di cui un’amica ci aveva parlato molto bene. E così venerdì sera eccoci lì a provare ricette particolari (abbiamo rigorosamente scelto guardando nel menù solo i piatti rigorosamente Ceylon, c’era varietà anche di piatti indiani).
Ok, non mi ricordo i nomi di ciò che ho ingurgitato con ingordigia, ho ordinato dicendo il numero scritto accanto, e tanto vi dovrebbe bastare per farvi capire allo stesso tempo la fiducia che nutro in me stesso sulla mia capacità di pronunciare correttamente il nome di un piatto tedesco senza rischiare di farmi portare del pesce invece che della carne (non mi fido mai a mangiare pesce in città lontane dal mare) che quanto io stia attento ai dettagli (ovvero tutto quell’iter di ordinazione, scelta del tavolo, eccetera che non riguarda il portare una forchetta carica dal piatto alla bocca). Quando ho fame, ho fame e basta, il resto diventa sfocato, un dettaglio di un conto alla rovescia che parte nel mio cervello appena entro in un ristorante e, dopo essermi guardato intorno, cerco di calcolare dal numero di presenti e dall’utilizzo o meno delle loro posate (porche: hanno già mangiato, sennò stanno in attesa) e quanto toccherà “a me” aspettare prima di poter dare un feedback al reclamante, e appena risvegliatosi, stomaco.
Abbiamo iniziato con due ravioloni giganti pieni di qualche verdura dal sapore comunque coperto da una salsa piccante nera, così buona che non ho fatto caso al fatto se le verdure fossero alghe e carote o melanzane e pisellini o altro ancora e abbiamo proseguito con delle specie di piadine circolari, concave, che dovevano essere riempiete a nostra discrezione (riguardo la quantità) con i due vasetti di cibo che avevamo di fronte (io due, la mia ragazza altri due). La mia scelta era stata per una specie di riso dal retrogusto di cocco e per della carne di pollo in una salsa marrone. Il riso era buono, ma non buonissimo, la carne ricoperta di una strana salsa che rendeva tutto irriconoscibile era davvero buona, soffice, la tagliavo dolcemente con la forchetta come se fosse salmone.
Ed infatti al terzo boccone ho capito che si trattava di salmone. Ho ripensato a me che ordinavo e mi sono confortato da solo assicurandomi di aver detto il numero giusto, ma può darsi che non l’avessi fatto, comunque sia voglio crederci, voglio credere in me stesso, ne ho bisogno (il mio sfidante, il tedesco, non si lascerebbe mancare un mio passo falso del genere). Una volta resomi conto che quel pollo era in realtà salmone, e che quanto avessi affermato qualcge secondo prima “avevo proprio bisogno di un po’ di buona carne” era stato un bell’autogoal, ho esplicitao la scoperta alla mia ragazza. “Non è pollo, è salmone”. Risposta: “Sei sicuro?”.
Dopo qualche secondo di silenzio assoluto, le ho dimostrato che se non avevo risposto a questa sua domanda se non agitando nervosamente la mano davanti mentre, guardandola fissa negli occhi, imploravo il suo aiuto, era perché stavo nervosamente soffocando a causa di una spina ficcatasi all’inizio della gola (laringe?faringe? a scuola ho sempre odiato scienze: gola è universale e ci può stare). Esautorato il problema e posatelo sul bordo del piatto, la domanda successiva è stata comunque: “Ma sei davvero sicuro?”. Lei intendeva dire che si poteva trattare di una spina di pollo (me lo ha spiegato un minuto dopo, quando le ho risposto semplicemente con uno sguardo piuttosto torvo), ma anche qui potete capire quanto lei per prima non nutra particolare affidamento sulla mia capacità di essere lucido quando do da mangiare al mio corpo, anche quando si tratta della mia possibile causa di morte. Fatto sta, che il mio salmone era comunque buonissimo e, con due piattoni, due antipasti, tre bibite, un litro di acqua naturale fatta arrivare di corsa dai due camerieri accorsi sicuri che di lì a poco si sarebbe dovuto celebrare anche un caratteristico funerale srilankese se non avessi portato allo stomaco almeno 5 bicchieri d’acqua (non so se 5 perché con 5 avrei bevuto un litro d’acqua o per ragioni mistiche legate al numero 5 in particolare), più la mancia, abbiamo pagato 26 euro.
Non poco (ma neanche tanto) per Berlino, niente se dovessi fare il paragone con un analogo ristorante romano. Ed era tutto davvero buono, ed anche “sorprendente” se penso alla spina (non me l’aspettavo proprio). Dieci minuti dopo ero a casa (sulle scale scartavo un buonissimo snack dolciastro chiamato Hanuta, una cosa della Ferrero buonissima che non capisco perché non venga esportato). Nonostante il venerdì qui sia davvero il giorno più bello per uscire, feste, vernissage, concerti e così via, era tutto troppo lontano. O meglio, visto che io non sono pigro,non è possibile che io lo sia. la ragione ufficiale è che avevo avuto una settimana davvero stancante. Era stata davvero una settimana stancante.
Twitter: @daddioandrea
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Fai sempre attenzione al numero!
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sandrix dice:
26 ott 2010 alle 21:46“(non mi fido mai a mangiare pesce in città lontane dal mare)”
bravo gats! e poi senza la puzza del mare in sottofondo, il pesce non sa di niente.
Mauro dice:
27 ott 2010 alle 08:11Sintesi Andrea, più sintesi!
Bepi dice:
27 ott 2010 alle 15:49gran bel blog, complimenti!
andrea dice:
27 ott 2010 alle 20:59@ Mauro: hai ragione, lo so, ma quando inizio poi mi affeziono alle parole, sono tremendo nella redazione finale dell’articolo
Pino dice:
28 ott 2010 alle 15:38Ah, perchè fai addirittura una redazione preliminare? Allora ti consiglio di fare una redazione finalissima:
-esautorato il problema (volevi dire espettorata la spina?)
-ingurgitato con ingordigia
-non ho fatto caso al fatto
-proposizioni lunghe senza capo nè coda
Io lascerei perdere le redazioni finali!
andrea dice:
28 ott 2010 alle 19:13no, niente redazione preliminare, anche se come mi fai notare servirebbe. Purtroppo se mi mettessi a controllare bene ciò che scrivo, ci passerei le ore su un post, e alla fine mi stancherei di scrivere. Lo so che non è perfetto, spero di beccare ogni volta il primo colpo giusto e do giusto una lettura finale, ma dovrei fare meglio, grazie della segnalazione!
elisa dice:
11 nov 2010 alle 11:09sono appena tornata da berlino, e soggiornavo proprio nel tuo bellissimo quartiere! prima di partire avevo letto questo tuo post, ma non mi ricordavo più il nome del ristorante! così sono capitata al lemon leaf, quello tutto fuxia dall’altra parte della strada!! effettivamente è un casino ordinare con il mio tedesco scolastico dal menu in tedesco, ed anch’io ho fatto affidamento ai numeri! tant’è che quando mi è arrivato il piatto ho fatto una faccia sorpresa xke non mi aspettavo esattamente quello!!!
che figura!!