Racconti di viaggio

Capodanno a Budapest

In treno da Venezia insieme a Tangri per cinque giorni nella capitale magiara tra il palazzo del Parlamento, il Terror Haza, il Memento Park, passeggiate lungo il Danubio e tanto altro

CAPODANNO A BUDAPEST: RACCONTO DI VIAGGIO

Prologo e primo giorno

La stazione di Venezia S.L. sembra un’isola emersa dalle acque (alte) mentre andiamo a recuperare i bagagli lasciati al deposito per un paio d’ore. Vagamente ansiosi scorriamo tutti i binari camminando lenti, fino a quando si presenta innanzi a noi l’EN 241 Venezia in tutto il suo splendore, in anticipo di un’ora sull’orario di partenza, con campeggianti scritte plurilingui e il logo della MAV arrugginito.

Saliamo ancora prima che accendano le luci. La nostra carrozza con posti a sedere è organizzata più o meno come un eurostar normale, quella a fianco è invece divisa in scompartimenti esattamente come un intercity. Il limite più evidente è strutturale: i poggioli fissi (e ferrigni) che dividono i sedili costringono ad una posizione rigida, l’unica in grado di evitare l’incrinatura delle costole, ma – ahinoi - anche il riposo. Il treno parte da Santa Lucia in perfetto orario e quasi vuoto, ed infatti a Mestre sale una folla informe – come preventivato.

GUARDA ANCHE: CAPODANNO OFFERTE

Il viaggio è estenuante, se non altro perché un fornito gruppo di ultrà laziali, accompagnato da birra a fiumi, canta sino all’alba Brazil Brazil. Sia a Ljubljana che a Zagabria c’è un vivace ricambio di passeggeri e ogni valico di frontiera, oltre che dai controlli doganali di rito, è segnato dal cambio di divisa dei controllori. L’alba ci coglie all’entrata in Ungheria, in tempo per goderci lunghi chilometri di boschi, saltuariamente interrotti da qualche villaggio, nel quale si distinguono le tipiche abitazioni da para-tirolesi, con una punta di gusto sovietico.

Arriviamo – stremati e arrancanti, tra le bottiglie di birra vuote – a Budapest, alle undici di mattina, con un trascurabile ritardo di dieci minuti, tra il turpiloquio in magiaro (I suppose...) delle addette alla pulizia dei vagoni. Ad aspettarci in stazione c’è Mr. Peter, che sventola un cartello arrecante il mio nome e cognome. Per un momento mi sembra di essere in un film anni ’60, di quelli con i mariti sposati per corrispondenza che aspettano le mogli all’aeroporto di Sydney.

budapest-1


Peter è l’autista dell’agenzia che ci ha affittato l’appartamento (budapestlets.com): abbiamo pattuito 10 euro per il trasferimento, il che è sicuramente una rapina, ma in questo momento siamo grati a Iddio d’esserci fatti rapinare. Col furgoncino a nove posti arriviamo in Mikszáth Kálmán tér in un battibaleno, grazie alla guida molto sportiva di Peter. Il palazzo nel quale si situa il nostro appartamento è di buon gusto, curato nei particolari, in una piazzetta splendida, VIII distretto sì ma in una zona incantevole a due passi dal museo nazionale e dalla metrò di Kalvin tér. Anche l’appartamento è pulito e ben tenuto, l’unica cosa che stona è il patio interno del palazzo, lasciato andare a un’incuria generale, dotato di ascensore-motacarichi esterno davvero orrendo, con cumuli di sigarette negli angoli, e biciclette legate alle ringhiere. Una contraddizione che rivela un carattere distintivo di molte zone della città: bellezza e sciatteria declinate in una cifra molto est europea e fuor di dubbio intrigante.

GUARDA ANCHE: CAPODANNO A BUDAPEST, COSA FARE IN CITTA'

Ci rimettiamo in sesto e usciamo. Cambiamo qualche fiorino ad un ufficio change in Rákóczi út‎: siamo fortunati, si rivelerà essere uno dei più vantaggiosi. La nostra prima tappa è il Mercato Coperto di Vaci utca, nel quale fruiamo della tavola calda, sicuramente meno economica delle bancarelle, ma che ci permette di trovare posto a sedere senza dover aspettare più di quanto il nostro fisico provato ci permetta: è l’ultimo dell’anno e negli angusti corridoi del primo piano non c’è spazio per muoversi. Per la spesa ci affidiamo al supermercato al piano interrato, fallendo nel tentativo di riconoscere l’acqua naturale e il latte scremato. Per qualche giorno solo acqua frizzante e latte intero.

Nel pomeriggio vaghiamo per Pest: Vaci utca, Vorosmarty tér, basilica di Santo Stefano e un rapido passaggio nel quartiere ebraico. Rientriamo in appartamento in stato comatoso e davanti ad un bicchiere di vino ci godiamo i fuochi d’artificio semi-professionali che allegre famigliole magiare sparano in Mikszáth Kálmán tér. Buon anno.

budapest-2


Secondo giorno
Il nostro primo gennaio si apre con una visita al tempio cattolico di Krúdy Gyula utca, sono le dieci passate eppure dal seminterrato di Palazzo Zichy udiamo provenire un inconfondibile ritmo danzereccio, chiaro segnale che la festa non è finita. Ci rechiamo alla vicina Pàl utca, ove ci sorprende un’epigrafe in italiano che ricorda un convegno italo-magiaro tenutosi negli anni ’90. Facciamo l’abbonamento di 72 ore ai mezzi (pratico e sfruttatissimo) a Ferenc korut e ci rechiamo in centro. Con la classica passeggiata sul Ponte delle Catene, sospesi sopra i vorticosi gorghi della Dana, arriviamo a Pest per la visita a Palazzo imperiale, S. Mattia, Borgo dei pescatori e Uri utca.

Entrare a S.Mattia è piuttosto economico e ne vale la pena, anche se rimaniamo qualche lungo minuto a chiederci per quale oscuro motivo abbiano deciso di piazzare l’hotel Hilton a mezzo metro dalla chiesa. Dubitabondi scendiamo a pranzare al Nagyi Palacsintázója di Hattyù ut, come da zingaGUIDA. All’uscita sbagliamo a prendere il tram, che ci porta lungo il Margit korut, per la nostra prima brevissima incursione fuori dai circuiti più turistici della città.

Riprendiamo la strada per la visita alla chiesa calvinista di Szilágyi Dezső tér, che all’interno pare assomigliare un po’ ad una sala bingo. Decidiamo di tornare a Pest, scendiamo all’Opera e indugiamo da Művész Kávézó davanti ad una zserbò, rinominata per l’occasione la torta magica per la misteriosa capacità di migliorare progressivamente il proprio gusto.

Ormai è buio, così ci decidiamo per una visita a Hosok tere by night, seguita da una passeggiata a Varosliget, resa incantevole dai fumi delle terme Széchenyi illuminati dalla luna. Le terme, che abbiamo mancato, sono il rimpianto maggiore di questa quattrogiorni. Decidiamo di cenare fuori e scegliamo per la sortita Raday utca, che offre un’ampia scelta.

Terzo giorno
Usciamo dall’appartamento e siamo colti da un vento glaciale che spira soprattutto lungo le interminabili scale mobili della metro. Un tantinello intimoriti dal clima artico ci cacciamo in un bar tra Nador utca e Garibaldi utca (pure qui Garibaldi, eccheè) per fare colazione con un discreto cappuccino, cogliendo l’occasione per provare le Sopianae light, sigarette ungheresi, che si rivelano essere davvero light, perdono tabacco ovunque e a alla prima distrazione prende fuoco il filtro.

Dopo la colazione ci rechiamo diretti al Parlamento, ove una guardia infreddolita ci comunica che non è possibile entrare, perché è sabato e c’è un grande afflusso di turisti. Rimandiamo la visita al Parlamento, e ogni illusione di tepore, per dirigerci a Szabadság tér‎, piazza della Libertà ex-piazza della Liberazione nella quale campeggia ancora un monumento che commemora i soldati sovietici.

Presi da un impeto di reducismo (e di follia meteorologica) decidiamo di visitare il Memento Park, ma solo dopo un inquietante pranzo da Burger King (ce ne sono a frotte, sparpagliati in tutta la città) a Mexicoi ut, rallegrato però da un dessert a base di ottimi Fornetti dolci (ci sono chioschetti un po’ dappertutto, nei pressi delle fermate metro), che diventeranno la nostra ossessione nei giorni a seguire.

Memento Park, abbiamo detto. Seguiamo le indicazioni della zingaGUIDA per raggiungerlo, aspettando più di mezz’ora l’autobus a Kosztolányi Dezső tér‎, sotto un vento impietoso. Arriviamo infine al Memento Park, talmente infangato che veniamo dotati di appositi sacchetti-da-scarpe che però si incollano alla fanghiglia e/o volano via e si impigliano ai cespugli. L’impressione è di essere in Siberia, e per di più ai tempi del regime, con la statua di Lenin che ci osserva severa dall’alto.

La Trabant posta in apertura è un po’ mal ridotta, ne abbiamo viste in migliori condizioni per le strade di Budapest, ricchissime di auto d’epoca per la gioia degli auto amatori nostalgici. Tutto sommato il Memento Park ci perde, nel rapporto qualità prezzo, ma rimango dell’opinione che sia un’escursione da fare, un po’ per l’atmosfera che si respira, un po’ per l’interessante gita in autobus. Rientriamo con un principio di assideramento in corso.

budapest-3


Quarto giorno
Ci svegliamo di buon’ora e ci ripresentiamo al Parlamento, questa volta riusciamo ad entrare accompagnati da Caterina, guida magiara riservata agli italiani. A parte il certosino controllo all’entrata (il mini-cavalletto della macchina fotografica mi è quasi costato l’arresto) è una visita piacevole, in uno degli edifici più sontuosi nei quali possa capitare di entrare. Il lusso sfrenato è testimoniato, tra le altre cose, dai portasigari d’oro posti fuori dalla sala per i parlamentari tabagisti. La guida ci racconta che il Parlamento in miniatura (…alla faccia) costruito interamente con dei fiammiferi, posto all’entrata, è valso alla famiglia ungherese che ci ha lavorato per tre anni una casa nuova. Fulgido esempio di baratto sovietico.

Cavalcando l’esaltazione turistica andiamo diretti alla Terror Haza. Sotto i 26 anni si paga la metà, ma anche a prezzo intero vale il costo del biglietto. L’esposizione è molto ben curata, una vera collezione di memorie, documenti, oggetti e voci dell’Ungheria sotto i due regimi. L’unico limite, non da poco, è costituito dalla mole di documenti, soprattutto audio, in magiaro, del tutto preclusi a chi non conosca la lingua. Interessante e abbastanza impressionante la ricostruzione delle prigioni.

Una volta usciti ci accorgiamo di aver dimenticato a casa la cartina, ma abbiamo con noi la zingaGUIDA: riusciamo a raggiungere il Kaledonia Skot Pub con l’aiuto di un gentilissimo autoctono che scompare in un negozio per cinque minuti a chiedere informazioni e poi ci accompagna fino alla porta del pub. Lo svolgersi di Celtic-Rangers assicura al pub scozzese una numerosa clientela, squisitamente maschile, intenta a tracannare birre tra un’azione e l’altra. Tanto che eravamo gli unici a pranzare, sotto lo sguardo implorante del quattrozampe di un distratto avventore, avvolti nella nube nicotinica dei tifosi.

Il pomeriggio si divide tra un’altra passeggiata nel quartiere ebraico e qualche foto panoramica by night alla città dal Bastione dei Pescatori (ottima la cioccolata calda del banchetto davanti a S.Mattia, tiepida più che calda, ma buona).


Quinto giorno e conclusione
Ci eravamo ripromessi una breve irruzione a Obuda, certo la immaginavamo un po’ diversa. Così, dopo aver portato i bagagli al deposito di Keleti (più a buon mercato di quello di Venezia e con folkloristiche insegne in cirillico), ci troviamo nella periferia popolare della città. Le rovine dell’anfiteatro sono colonizzate da grossi corvi con occhi lattescenti, presenti in massa in tutta la zona, negli spazi verdi concentrati che separano enormi casermoni molto IACP.

Non l’ombra di un turista lungo Pacsirtamező utca, ma non ci spaventiamo: un giro imprevisto nella periferia più o meno estrema è ormai tradizione delle nostre zingarate. Prendiamo il tram a Florian tér, davanti a un caseggiato modulare lungo più di 300 metri in stile Grande Fratello orwelliano che ci lascia un po’ perplessi ma sicuramente molto impressionati.

Torniamo a pranzare al mercato coperto, questa volta ci dedichiamo alle bancarelle, ottime e a buon mercato. Ci rechiamo in stazione dopo un’ultima passeggiata sul lungo Danubio, con un certo anticipo. Alle persone in attesa davanti al tabellone arrivi e partenze un gruppo di umarells magiari offre la disponibilità (e la scacchiera) per una sfida a scacchi, non si capisce bene se per puro svago o per soldi. Si creano dei crocicchi di curiosi intorno ai signori incolbaccati dall’aspetto un po’ kasparoviano.

Finalmente il nostro treno compare sul tabellone, ci rechiamo al binario sottostando ai controlli biglietto in entrata e uscita dai binari. In tutta la città i controlli sono frequentissimi, in metro è praticamente impossibile entrare senza biglietto perché le sfingi del “kontroll!” sono presenti a tutte le entrate, con la loro caratteristica fascia al braccio (ne approfitto per consigliare agli appassionati “Kontroll”, film del regista ungherese Antal, del 2004, ambientato interamente nella rete metropolitana di Budapest).

Il viaggio di ritorno è infinitamente più tranquillo e silenzioso di quello di andata. Non fosse per i poggioli si potrebbe anche dormire, e in verità quasi tutti dormono. A Zagabria un bambino in lacrime e sua madre abbandonano il capofamiglia che saluta da dietro la linea gialla. Arriviamo a Mestre in trance, quando ancora è buio. Chi ha continuato il viaggio oltre la terra veneta (non io, che sono strisciata a casa) ha giurato di aver visto l’Arcangelo Gabriele levarsi sulle acque del Po.