Autore: Sansshoes
“El Savador detiene il record mondiale per numero di massacri”, scherza Rutilio Sanchez - prete fondatore di Sercoba, ex guerrigliero durante la guerra civile degli anni ottanta - mentre ci prepariamo a percorrere le due ore di viaggio che ci separano dal posto dove si terrà il memoriale per una di queste stragi sistemandoci nel suo pick up. Dodici nel cassone posteriore, sei davanti.
Una nebbia grigiastra, segno che il clima sta cambiando, si mischia agli alberi di mango ed alle palme di cocco in cima alle scarpate ai lati della strada, vecchissimi pick up Nissan ed Isuzu con a bordo quantità di persone che non si possono contare con le dita di due mani vanno nella nostra stessa direzione.
Dopo un fiabesco campo da calcio immerso nel verde sull’orlo di un dirupo, contempliamo tra i monti il sole che sta per tramontare ed all’altezza di San Martin, sotto una tenda costruita con tronchi e lenzuola, qualcuno mangia pollo e patate cotte in un olio centenario. 
La musica colombiana “Moliendo Cafè” ci accompagna nel viaggio, i muri dipinti di Suchitoto segnano la fine dell’asfalto nel punto in cui inizia un lunghissimo tratto di sterrato che si infila tra il bosco. Oramai è buio e ci facciam strada con i soli fari del pick up. 
Alcune case poste a ridosso del lago Suchitlàn precedono l’utimo pezzo di strada e un uomo con un grosso sombrero ci fa cenno di parcheggiare in uno spiazzo, il silenzio è assoluto. Sotto un infinità di stelle sparse nel cielo nero, il frinire di migliaia di grilli nascosti tra l’erba alta ci guida nel ripido sentiero insieme al bagliore della luna che fa risplendere il Rio Quezalapa.
“Tenango e Guadalupe sono due cantoni nel municipio di Suchitoto, dove tra il 28 febbraio ed il 1 marzo del 1983 ci fu uno dei tanti massacri avvenuti durante la guerra civile salvadoregna per mano del battaglione Atlacatl, in cui vennero uccise più di 250 persone” mi spiega Viches, avviandoci verso il luogo dove si ritrova le gente. 
Distanti dai banchetti di cibo e informazioni, decine di persone parlano tra loro sotto il maestoso albero di conacaste che si contorce nella notte buia, mentre altrettante sono sdraiate sulla collina accanto. Le immagini di guerriglieri del Frente Farabundo Martì para la Liberaciòn Nacional presso la carrettera litoral di Usulutan del Maggio 1991 proiettate su un telone vengono accompagnate dalla canzone “Paz, paz para la humanidad”.
Nonostante il buio totale in cui si è immersi dopo che i generatori che alimentavano i due riflettori saltano, la messa detta da padre Tilo continua: diversa in forma e contenuto da quella a cui son abituato, molto più interessante e coinvolgente. A questa segue una lunghissima fiaccolata che come un serpente infuocato si fa strada tra l’oscurità fino ad arrivare in cima alla “Cuesta de Guadalupe”. Qui, dove avenne il massacro, ci si ferma, rimanendo estasiati
da un chiarore lontanissimo che avanza verso di noi al di là delle montagne, mentre fuochi artificiali con una coda arancione vengon sparati nella notte di tre in tre.
Il viaggio di ritorno nel cassone posteriore del pick up è infinito, il freddo emanato dal bosco ti penetra nelle ossa, facendoti rendere conto che noi gringos europei non abbiam niente per cui combattere essendo troppo impegnati a misurare i pollici delle televisioni ed a scegliere le magliette da abbinare ai jeans. La strada scorre buia dietro di noi. 
Riprendiamo la via di casa verso le tre di notte, immersi nel profumo di pane appena fatto.
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