27 aprile - Koprivstica
Ultimo
giorno, partiamo di buon’ora da Hisarja verso Sofia,
con l’intenzione di pranzare a nel villaggio di Koprivstica,
anch’esso decantato dalle guide e sorta di museo a cielo
aperto.
Il villaggio è immerso in una valle tra montagne, ed è ingentilito
da pittoresche case colorate; da una parte del villaggio
si cammina liberamente tra le stradine acciottolate, dall’altra
parte invece c’è un biglietto da pagare per visitare
le case museo. Ripartire subito dopo pranzo ci è dispiaciuto
un po’, questo era un posto rilassante, dove sarebbe stato
piacevole sostare almeno un altro paio d’ore.
La strada Karlovo-Sofia non presenta particolari problemi di viabilità lungo
il percorso; il tratto più dissestato, quello con le famose buche ed
i
lavori in corso, è attorno a Pirdop, (ma il buon Krassimir ce
lo aveva
segnalato) il resto è la solita strada rappezzata, ma abbastanza tranquilla. La
sorpresa naturalmente è tutta alla fine.
La statale finisce bruscamente con uno stop, (senza semaforo) e si immette
a raso sulla tangenziale di Sofia senza
corsie di accelerazione. La cosa più inquietante è che si
immette da un unico punto per entrambe le direzioni, per cui se si vuole andare
verso Sofia bisogna
tagliare di netto le 4 corsie facendo lo slalom tra le macchine
in arrivo (a velocità sostenuta) da entrambi i sensi di marcia, e schivando
anche tutti quelli che, sempre da entrambi i sensi di marcia, si accingono a
girare sulla statale. C’era anche la polizia, ferma lì a fare bella
presenza. Un vero far west.
E non è finita qua, perché usciti vivi dallo slalom, dalla
mappa
sembrava che la strada filasse dritta dentro l’aeroporto, che faceva bella
mostra di sé sulla sinistra. Niente di più facile, pensavamo, ci
sarà sicuramente una svolta a sinistra con l’indicazione di aerogara (segnaletica
stradale, questa sconosciuta). In attesa della svolta a sinistra, siamo finiti
al Ponte delle Aquile, in pieno centro, e siamo dovuti tornare indietro,
sempre senza l’ombra di uno straccio di segnaletica, ma sulla scorta di
indicazioni mimiche di poliziotto bulgaro, abbinate a scarse indicazioni in inglese
di tizio tipo manager alla fermata dell’autobus, per aggiungersi a indicazioni
dal finestrino di uno che si era fermato vicino al semaforo e altre indicazioni
sempre mimiche di più tizi ad un’altra fermata dell’autobus.
Questo giretto panoramico delle tangenziali della città, costellato
di
semafori lentissimi, ingorgo per incidente e manovre avventate per rimediare
agli errori di svolte sbagliate, ci ha condotto in un’ora buona, alla strada
che porta dritta -quella sì- all’aeroporto. E su quella strada,
un paio di km prima dell’aeroporto, è comparsa miracolosamente anche
la segnaletica (!!!) bilingue (!!!), come ci avevano preannunciato anche
il poliziotto bulgaro ed il tizio elegante che parlava inglese... Fortuna che
eravamo arrivati
con un’ora in anticipo sull’appuntamento con il tizio del noleggio,
e anche sul check in (e naturalmente l’aereo ha fatto ritardo...).
Memorabile infine durante l’atterraggio il canto a squarciagola di
un tifoso
bulgaro ubriaco, che dopo essersi scolato in volo un’intera bottiglia di
roba ad alta gradazione, intonava canti da stadio tra le incitazioni dei compagni
(tamarri ubique sunt).
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Riflessioni a ruota libera
Il
tenore di vita dei bulgari è piuttosto basso, almeno a giudicare
dalle tristissime serie di palazzine/case che si allineano nelle
città, non solo in periferia, o nei villaggi microscopici
che si attraversano lungo le statali, o dal parco macchine, che
comprende ancora Lada e Zigulì, macchine trentennali o nella
migliore delle ipotesi utilitarie decennali, e dal basso costo
della vita.
Tuttavia oltre all’ospitalità innata e alla
grande dignità delle persone -mi tornano in mente le vecchiette
del mercato- non abbiamo notato un enorme divario tra pochissimi
ricchi e molti poveri: nessuno sfarzo eccessivo e ostentato
in giro, né povertà estrema schiaffeggiata dal lusso
dei pochi...
I bulgari con cui siamo usciti combattono come noi con stipendi
bassi e precarietà nel lavoro, nonostante i loro
studi e la loro preparazione (come ci si sente sempre a casa da
questo
punto di vista...). Tuttavia ci sono sembrati fiduciosi e ottimisti,
impegnati con il loro lavoro e con la loro sensibilità a
portare il loro Paese verso standard di vita migliori, ad aprirlo
e farlo conoscere al mondo.
Le barriere linguistiche rimangono forti: l’inglese è parlato
da pochi, il cirillico per lo più non è tradotto
in caratteri latini, neppure nella segnaletica stradale (se si è fortunati
solo la direzione principale è scritta anche in caratteri
latini, se si è sfortunati la direzione principale non compare
affatto in nessuna lingua).
Una cosa che abbiamo molto apprezzato della Bulgaria è il suo stile mediterraneo di
vita: mentre altri paesi dell’est sono più legati ai ritmi del
nord Europa, qua tutto chiude tardi, si mangia a qualsiasi ora, la gente tende
a socializzare, ama stare nei locali all’aperto e nei parchi.
Dello stile di guida bulgaro si ricorderanno i sorpassi chilometrici sulle
statali:
si piazzano sull’altra corsia e sorpassano tutto ciò che incontrano
sul loro cammino, finché la prossimità di uno scontro frontale,
magari in curva, non li costringe a rientrare bruscamente. Per il resto i pericoli
peggiori derivano dalla mancanza di segnaletica.
Il lato umano e sociale della Bulgaria è l’aspetto che mi
ha colpito maggiormente di tutto il viaggio, i bulgari sono decisamente la ragione
migliore
per visitare/tornare in questa nazione, così ospitale e solare.
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