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Cosa vedere nei Balcani

A spasso per i Balcani in auto, otto giorni in Slovenia, Croazia e Bosnia.

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VIAGGIO NEI BALCANI IN AUTO - Una Ford Focus, quattro ragazzi, otto giorni e i Balcani da scoprire.

COSA VEDERE A LUBIANA - Così siamo partiti la sera di venerdì 8 agosto da Bergamo, temendo lunghe ore di coda al confine. E invece no, solo una manciata di chilometri a Trieste e poi via veloci verso Lubiana.

La capitale slovena è cominciata a apparire all’orizzonte verso le 2 di notte: c’era ancora tempo oltre che voglia di girare, se non altro per sgranchirsi le gambe stanche degli spazi angusti della macchina. Dopo aver parcheggiato e attraversato a piedi il movimentato centro della città ci siamo diretti senza esitazione verso Metelkova: la precedente stazione ferroviaria abbandonata e occupata dopo la fine della Jugoslavia e ormai, più o meno stabilmente date le ripetute minacce di sgombero, integrata nel tessuto cittadino. Si tratta di un vero e proprio laboratorio artistico a cielo aperto: murales e istallazioni plastiche si susseguono nell’ampio cortile, contornato da edifici dall’aspetto dimesso.

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Le prime impressioni sulla vitalità della città sono state confermate dalla visita più approfondita del giorno successivo. Dopo aver lasciato gli zaini all’Hostel Confidenti a pochi minuti dal centro, abbiamo prima seguito il corso del fiume che taglia la città e affrontato la ripida salita verso il castello che domina sull’abitato per poi immergersi in pieno nella brulicante vita cittadina notturna.

Appena al di fuori del centro, dopo un quartiere denso di localini e birrerie, si trova ROG: in passato sede di una fabbrica di biciclette, dopo anni di abbandono e noncuranza, questo vasto complesso industriale è stato prima occupato e poi ristrutturato dagli attivisti. Ora ospita una molteplicità di esperienze: da atelier di artisti più o meno visionari a sale concerti e skate park, animati da collettivi differenti che trovano in questo spazio un bene comune da far vivere e difendere. Lasciato ROG, l’anima gaudente e giovane di Lubiana è riemersa con sorpresa nella strada che conduceva all’ostello: in un cortile pieno di giovani, a far da padrone era la disco music.

ZAGABRIA - Ma il giorno dopo già si è dovuti ripartire. Zagabria ci aspettava. Notoriamente di destra, la sua fama è stata decisamente confermata dallo spiacevole incontro con un gruppetto di fascisti locali che, indispettiti dalla maglia antifascista di uno di noi, non ha esitato a aggredirci. Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

Dopo una rapida visita all’ospedale locale, solo l’incontro serale con Ernest, il kebabbaro-fumettista, al termine di via Tkalciceva, una delle vie che si dirama dalla piazza centrale, ha migliorato il giudizio sugli abitanti di Zagabria. Il suo umorismo, il suo estro artistico, il kebab a poco meno di 3 euro hanno risollevato l’umore di tutti. A stupirci è stato il suo commento positivo nei confronti del periodo jugoslavo quando il lavoro non era una chimera e si poteva costruire un futuro dignitoso: non sarà l’unico ragazzo a esprimere questi sentimenti “nostalgici” nei confronti della Jugoslavia.

COSA VEDERE A SARAJEVO - Lasciata Zagabria, il giorno dopo è iniziata la tappa più lunga dell’intero viaggio. Destinazione Sarajevo. Stando a quanto riportato su Google Maps, solo 374 km per un totale di 5 ore. Le soste a Banja Luka, Jajce, Travnik, l’assenza di strade a scorrimento veloce e i panorami mozzafiato hanno rallentato notevolmente l’attraversamento nord-sud della Bosnia-Erzegovina, zigzagando tra Republika Srpska e zona croato-musulmana.

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Dopo una rapida sosta a Banja Luka, capitale della zona serba, è continuata la discesa verso Sarajevo, fermandosi a metà pomeriggio a Jajce. Oltre alle mura dell’antico castello da cui si domina la città e tutta la vallata, è qui che nel 1943 si sancì l'unità delle formazioni antifasciste sotto l'egida di Tito. Nel museo una serie di pannelli, in cui vengono ripercorse le fasi dell’occupazione nazifascista dei Balcani e in cui non si tacciono i crimini italiani, apre le porte alla sala dove si gettarono le basi di uno stato socialista e multietnico.

Se a Jajce, quindi, prese forma il sogno jugoslavo, a Sarajevo, tappa successiva, venne decretata la sua fine quando la capitale fu posta sotto assedio e martoriata dalle truppe nemiche sulle colline circostanti. Questo sanguinoso passato prossimo non è stato del tutto rimarginato come chiaramente emerge nei segni dei proiettili che ancora qualche edificio conserva, soprattutto verso la periferia.

Alloggiati presso l'ostello Tito46 nella via che segna il confine del centro cittadino, subito siamo stati avvolti dalla molteplicità di colori, suoni e odori della città. Dai locali dalle fattezze più arabesche a quelli, invece, che, simili, potresti trovare in qualsiasi città italiana fino alle caratteristiche panetterie, aperte fino a tarda notte e pronte a fornire ai clienti pane, dolci o gli immancabili burek, le culture si incrociano e si mischiano ad ogni angolo.

Donne nerovestite dalla testa ai piedi e ragazze senza velo camminano insieme, un campanile e un minareto svettano a pochi metri di distanza. Qui tutte le idee di scontro di civiltà o incompatibilità culturale sembravano veramente senza senso. Eppure la realtà di ciò che è accaduto, la collina costellata di steli bianche in ricordo dei morti dell'assedio, il museo dedicato al tunnel sotto la pista dell’aeroporto che ha permesso alla città di resistere sono pronti a mettere in dubbio questa fiducia sulla convivenza di etnie diverse. “Sbagli. A Sarajevo abbiamo convissuto e continuiamo a vivere insieme serbi, musulmani, croati. Il problema è stato il nazionalismo, la volontà di alcuni di prevalere sugli altri” Mi dice il giovane ragazzo che lavora all’ostello Tito 46 presso cui abbiamo alloggiato.

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Forse ora le ferite morali causate dall'odio etnico dei primi anni '90 si stanno lentamente rimarginando ma il processo è lungo e difficile come ci ha confidato una ragazza bosniaca al museo fotografico di Mostar, la tappa successiva. “Frequentiamo le stesse scuole e università, ma è difficile dimenticare quello che abbiamo subito. C'è sempre una istintiva diffidenza”. Ma le frotte di turisti, la ricostruzione dello Stari Most, il ponte ottomano distrutto nel 1993, l'ospitalità e la gentilezza delle persone del luogo sembrano aver relegato la guerra e i suoi spiacevoli ricordi in un passato remoto.

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L'ostello, consigliatoci a Sarajevo da due ragazze italiane, s'è dimostrata una delle scelte più azzeccate. Ad accoglierci il padrone, Don Turco per gli amici, sul cui viso svettavano un paio di mustacchi bianchi ben curati, che cercava di migliorare la sua conoscenza dell'italiano a suon di bicchierini di grappa e non riuscendoci, offrendoci pane e formaggi.

Dopo una lunga visita, alla ricerca dell'anima sospesa tra passato e futuro di Mostar, siamo, infine, ripartiti, prima verso le cascate di Kravitce e poi su verso nord, fino a Bihac. Il panorama offerto dalle cascate di Kravitce ha sicuramente ripagato tutto il tempo e la fatica impiegate per trovarle. Non c'erano indicazioni chiare e solo alcune domande nei bar e ai passanti incontrati ci hanno permesso di ricostruire passo a passo l'itinerario per raggiungerle. Una volta arrivati, il caldo e la spossatezza sono stati immediatamente scacciati dall'acqua limpida e ghiacciata del lago ai piedi delle cascate.

Insomma, uno scorcio naturale incontaminato e mozzafiato. Il tempo di un bagno e di un pranzo veloce, a suon di pita, formaggio e fichi, e si era pronti per ripartire: destinazione Bihac. Piccola città a nord ovest della Bosnia, a poca distanza dal confine croato, viene snobbata dai turisti e citata nelle guide solo per l'ambiente naturale che la circonda.

A partire da Kravitce, seguendo la strada che costeggiava il confine bosniaco-croato, infatti, panorami suggestivi e affascinanti si sono susseguiti uno dopo l'altro dai finestrini dell'auto. Non potevamo indugiare troppo perchè un amico bosniaco, emigrato in Italia, ci aspettava, dimostrando che oltre agli aspetti naturalistici e paesaggistici a rendere speciale un luogo sono anche il calore umano e la gentilezza delle persone. Dopo una rapida visita a casa dell'amico e all'albergo dove alloggiavamo, bar dopo bar, birra dopo birra, in una serata piovosa, abbiamo scoperto le abitudini dei giovani locali, poco avvezzi con l'inglese e con gli stranieri.

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Un ultimo bicchiere con l'amico, ringraziamenti e saluti: iniziava il ritorno. Il giorno dopo, le nuvole e la pioggia hanno scandito il nostro avvicinamento all'Italia: prima Rijeka poi Pirano e Capodistria, infine Italia. A Rijeka (Fiume) non solo abbiamo apprezzato la cucina di mare ma anche una breve immersione nella vita notturna cittadina.

Non fosse stata per la musica metal, l'ormai dimessa zona industriale, appena fuori dal centro sulle pendici della collina che digrada verso la via principale e il mare, rappresentava una location perfetta e suggestiva per concerti o simili. Era l'ultima notte ma oltre al concerto metal c'era poco o niente: in estate tutto migra verso le isole, ci hanno confessato i ragazzi incontrati.

Lasciato l'ennesimo ostello, siamo ripartiti verso l'Italia. Dopo esserci inerpicati nel cuore boscoso e addomesticato dell'Istria, dove bianche villette costeggiano la strada, siamo scesi a Piran (Pirano), grazioso paesino sul mar Adriatico nella lingua di terra slovena affacciata sul mare e poi a Koper (Capodistria), cittadina portuale alle porte dell'Italia. Di fronte al mare infuocato dai raggi rossi del tramonto, un rapido spuntino e un'ultima birra al viaggio ormai concluso: una manciata di ore di auto e la fredda e piovosa pianura ci accoglieva di nuovo.

Autore: Piro (piro.ale@libero.it)

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