Idee di viaggio

Sotto il cielo di Bulgaria

Avventure e disavventure di una coppia zingara nei Balcani. Da Sofia a Plovdiv tra divagazioni gastronomiche e problemi di viabilità. La sempre leggendaria ospitalità bulgara unico punto fermo di un paese che sta cambiando...

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Autore: Lauretta
Periodo: 21 - 27 aprile 2007


21 aprile - Sofia

Arriviamo all’aeroporto verso mezzanotte, con il consueto ritardo di 30 minuti della Wizzair che si ripeterà anche al ritorno e contrattiamo un prezzo probabilmente esagerato (7 euro) con un taxista di ok taxi per farci portare in centro..
Raggiungiamo l’ostello che avevo prenotato [The Street, pop bogomil street] verso l’una, e nessuno ci apre. Il taxista Ivan ci assiste pronto a trasportarci verso altri ostelli, dopo averci anche proposto di accordarci su un buon prezzo per farci girare tutta la Bulgaria in taxi.(!)

Alla fine viene in nostro soccorso un ospite coreano dell’ostello, che ci apre, si prodiga per trascinarmi su la valigia e si profonde in scuse per le condizioni del proprietario, che giace in stato piuttosto confusionale a seguito di un paio di giorni di sbevazzamenti ininterrotti. L’ostello ha il look delle case delle vecchie zie ereditate e non rimesse a posto, con la carta da parati strappata, un mobiletto porta macchina da cucire Singer trasformato in piano d’appoggio e dei tristi quadretti in bianco e nero di vecchi film bulgari. L’affaccio, al primo piano, è sull’inquietante e decrepita via assolutamente priva di luci, che in un secondo tempo ci hanno detto essere zona di prostitute e spacciatori (ma noi non ne abbiamo visti)

La breve notte in ostello, cominciata verso l’una con la caccia alla camera con ubriaco al seguito, si rianima di nuovo verso le 3 e mezzo, quando altre ospiti dell’ostello tacco-a–spillo-dotate ritornano dai bagordi della vita notturna e zampettano per una ventina di minuti dalla loro camera al bagno (ciabatte, queste sconosciute).


22 aprile - Sofia

La mattina Paolo, che fa del riposo in vacanza una filosofia di vita, si anima di coltello tra i denti e giriamo mezza Sofia alla caccia di un nuovo alloggio dove passare i due seguenti giorni, e al seguito della datata guida Dumont perdiamo una mattinata senza concludere niente.

Tra una ricerca ed un’altra abbiamo modo di notare come ci siano diverse e belle zone di verde in città.
Non tutte le vie (anzi, poche direi) hanno il nome segnalato all’inizio, e questa incomprensibile abitudine tende a ripetersi anche nelle altre città (Plovdiv per esempio). Diciamo che l’assenza di segnaletica in generale è un vizio abbastanza diffuso, che si somma alla difficoltà di tradurre tutto dal cirillico. Paolo lo sa leggere, ma io balbetto solo le sillabe che contengono le lettere uguali al greco antico (grazie liceo classico!) e sentirsi analfabeti come un bambino di 5 anni fa un certo effetto.

Oltre ad aver incrociato dei bei parchi, siamo anche entrati nella Chiesa di Sveta Nedelja, dove si stava celebrando un matrimonio ortodosso, e siamo rimasti un po’ a guardare, incuriositi dalla cerimonia, concelebrata da più sacerdoti, dai continui canti e da alcuni passaggi rituali (l’incoronazione degli sposi etc). I parenti degli sposi erano davvero pochi, tutti in piedi in cerchio e con una candela in mano.
Nei nostri giri alla ricerca dell’alloggio siamo approdati anche al parco che ospita il Palazzo Nazionale della Cultura ed il monumento ai 1300 anni della Bulgaria.

Ritornati in zona ostello, troviamo finalmente un albergo decente dove dormire. Si chiama Hotel Maxin [62 M. Louisa st] ed è utilmente dislocato vicino alla stazione dei bus e dei treni, che si raggiungono a piedi in 15 minuti. La doppia costa 60 euro e riserva la sorpresa della sauna in camera (!!!).
Approdiamo quindi all’hotel di superlusso, (visti i lidi da cui provenivamo), ci diamo una sistemata e prendiamo accordi per l’appuntamento con i bulgari di hospitality club, con cui avevo allacciato un fitto epistolario fin dall’Italia.
Alla fine sono venuti in 4, con corollario di amici, e con loro nel tardo pomeriggio si inizia finalmente il giro di Sofia andando per monumenti.

Il Boulevard Maria Louisa non offre scorci significativi, palazzi restaurati si susseguono ad altri tutti scrostati, le viuzze secondarie sono piuttosto deprimenti, i negozietti mostrano il fascino del tempo che fu: tutta la merce delle tipologie più svariate si affolla in vetrina e fuori senza soluzione di continuità.
Una povera chiesetta antica, che sarebbe stata anche graziosa, è stata inglobata in un sottopassaggio, mentre la splendida rotonda di Sveti Georgi è stata fagocitata dallo Sheraton Balkan Hotel.Gli affreschi al suo interno sono davvero belli.
Il giro prosegue verso i palazzi della politica, ed il Teatro Nazionale Ivan Vazov, bell’edificio fronteggiato da un fresco parco.

Durante il percorso approdiamo anche ad una chiesa russa, nei cui sotterranei si dice che si possa esprimere un desiderio che si avvererà. Purtroppo però sta chiudendo.. ci avviamo quindi verso l’imponente Cattedrale Aleksander Nevskj, dove è in corso la messa. L’edificio è davvero imponente, sia all’interno che all’esterno, ed il suo fascino è ancora più forte di notte, quando è illuminato.
Finiamo il pomeriggio in un parco vicino alla cattedrale, a bere della buona birra ed a chiacchierare con i ragazzi bulgari. Alcuni di loro ci salutano, ma ci siamo guadagnati un invito alla cena tandem per il giorno successivo: noi siamo pronti a cucinare la pasta, loro ci proporranno qualche piatto nazionale.

Rimangono con noi Gergana e Hristo, che ci accompagnano a cenare in un ristorantino che mai avremmo trovato da noi. Si chiama Voivodite, dal nome di un eroe nazionale, ed è gestito da un tizio del partito VMRO (International Macedonian Revolutionary Organization).
Vi si accede da una galleria, è un locale popolare e colorato, apparecchiato con le tovaglie artigianali, dove si ascolta un genere di musica di contaminazione tra la musica popolare bulgara, quella greca e turca. Il risultato è un mix gradevole, pare più amato dagli stranieri che dai bulgari, ma che comunque anche loro -unici frequentatori del locale- non sembravano disprezzare, dal momento che ballavano gioiosamente tra una portata e l’altra (ho ballato anche io, per onorare gli ospiti).
Sul menù naturalmente ci siamo lasciati consigliare: abbiamo preso una shopska salata (pomodori, cetrioli, erba cipollina e formaggio di mucca a pioggia), un piatto servito in terrina di coccio dal nome di komitsko gyuvedzhe (patate, prosciutto cotto, funghi, cipolle, erba cipollina e nuovamente formaggio di capra, tutto al forno) e infine un piatto non propriamente dietetico, il kasapsko meze, piatto di agnello, patate e cipolle con condimento piuttosto unto.
Tutto annaffiato da rakia e buon vino della casa. Il conto totale per 4 persone mi pare si aggirasse sui 33 leva, circa 16 euro. (!!!!!)


23 aprile - Sofia

La mattina seguente dovevamo cercare gli ingredienti per la cena in programma per la sera, e ci siamo tuffati nel mercato all’aperto di Sofia, comodamente collocato dalle parti del n, a due passi dall’albergo. Il mercato merita assolutamente una visita per la variegata umanità da cui è composto. Diciamo che è il Porta Portese dell’Est, con l’aggiunta della zona frutta/verdura.

Dignitose vecchiette che vendono fiori, conserve o verdure del loro orto, alcuni zingari vendono sigarette di contrabbando, altri si limitano a non far niente senza però essere molesti, e bancarelle dove si trova per lo più verdura di stagione , quindi ad aprile soprattutto cetrioli (l’onnipresente verdura nazionale), pomodori, cipolle, cavolo cappuccio, patate e carote.
Il mercato di Sofia è aperto 7 giorni su 7, anche la domenica pomeriggio. Vladimir ci ha detto che il mercato non chiude mai, neppure la notte, solo che “il tipo di commerci si trasforma” ed è meglio evitarlo.

Ritornati dal mercato carichi di buste, nonostante il caldo Paolo decide di sperimentare la sauna della camera, mentre io mi dibatto nell’incertezza se accettare un invito a uno stage di danze bulgare che mi aveva fatto Gergana, o un invito al parco a prendere il sole con Vlad & friends.
Opto per il parco, dato lo splendido sole; lì mi faccio due chiacchiere con i suoi amici prima di spostarci nella casa della cena tandem, a conoscere le coinquiline e bere un ottimo the appena riportato dal loro recente viaggio a Istanbul.

Una delle sue coinquiline è laureata in spagnolo, le altre parlano un buon inglese, e la conversazione passa in continuazione da una lingua all’altra. Nel frattempo ho scoperto il loro menù della serata: banitsa, una torta di sfoglia salata ripiena di formaggio fresco e uova, una vera bontà, e insalata di pomodori e melanzane al forno con aglio, da gustare rigorosamente accompagnata dalla rakia fatta in casa.
La rakia non è un liquore estremamente forte, ma certo non siamo esattamente abituati a pasteggiare a rakia… e neppure a smorzare (?!) l’effetto rakia con peperoncini freschi piccantissimi.
Quanto a me, mi sono dovuta arrangiare a cucinare sugo e pasta di marca bulgara su due piastre elettriche che al massimo si intiepidivano… c’è voluta un’ora, e la pasta di marca bulgara naturalmente si è incollata ma almeno il sugo ha difeso l’onore della cucina italiana.

La serata si è conclusa tra piacevoli chiacchiere, e Vlad che ci ha accompagnato in albergo per le scorciatoie di Sofia, evitando come la peste il famoso mercato all’aperto in notturna.



24 aprile - Veliko Tarnovo

La mattina del lunedì decidiamo il primo cambio di programma: andremo a Veliko Tarnovo in bus (invece che a Plovdiv in macchina), così da verificare senza rischi lo stato delle famigerate strade bulgare, famose in molti racconti di viaggio per essere costellate di buche grosse “come crateri”. La loro condizione è migliore di quanto descritto, anche se sembra che il concetto di riasfaltare coincida piuttosto con quello di rappezzare… Un problema possono essere i lavori in corso, non sempre segnalati: lì sventrano blocchi di strada senza circoscrivere le buche né predisporre il traffico alternato dei sensi di marcia. Non rimane che tuffarsi nelle buche... (stessa procedura nei marciapiedi cittadini). L’altro grosso problema è la segnaletica: quasi sempre solo in cirillico, abbiamo notato che a volte mancano anche segnali fondamentali come, tanto per dire, i divieti di accesso nelle strade a senso unico...

L’autobus della compagnia ETPA, confortevole ed economico, viaggia su un primo tratto di cosiddetta autostrada. Trattasi di strada a 4 corsie con corsia di emergenza, senza piazzole di sosta né stazioni di servizio, divisa nelle due carreggiate da un banale guardrail e senza barriere di ingresso o uscita. La strada scorre tra montagne piene di boschi, ed il paesaggio si sussegue uguale a se stesso per tutto il viaggio. L’autostrada termina senza soluzione di continuità e si trasforma in statale, ancora in condizioni decenti. Qua si iniziano ad attraversare rari villaggi decisamente desolati, e curiosamente avvistiamo un nido di cicogne.

Dopo 3 ore e 15 arriviamo a Veliko Tarnovo piuttosto stanchi, con bagaglio a carico e onere di ricerca dell’alloggio. Almeno stavolta ci viene in soccorso l’ufficio turistico, a due passi dalla stazione dei bus, che ci prospetta una serie di depliant. Paolo ha deciso di optare per alberghi buoni, accessibili al costo di un nostro bed and breakfast. Il suo motto è stato che dal momento che l’avevo trascinato in un viaggio poco confortevole e puntellato di complicazioni da risolvere, almeno voleva dormire bene e avere una camera dove rilassarsi.
Decidiamo per l’hotel Gurko [Gurko st 33], in pieno centro storico con un bel panorama sulla cittadina e sul fiume sottostante.. Questo hotel a gestione familiare, in un palazzo antico ben ristrutturato, vantava anche un buon ristorante tipico, e delle camere con terrazzino davvero graziose, per 50 euro a camera a notte, con (abbondante) prima colazione inclusa.
Ed è qua che ci raggiunge, nel mezzo di un bollente bagno ristoratore, il messaggio di radaulpa, che si accingeva a ripartire proprio da Veliko Tarnovo di lì a poco. Ci eravamo tenuti in contatto durante tutto il viaggio, lui ci aveva preceduto su tutte le nostre destinazioni e ci scambiavamo info utili, e non ci siamo beccati davvero per poco.

Nel tardo pomeriggio riemergiamo dal torpore per fare un giro in paese. La temperatura è ancora perfetta, (il bel tempo ci ha accompagnato 7 giorni su 7), ma la cittadina, antica capitale della Bulgaria, ci delude un po’. Molto pittoresca se vista da lontana, abbarbicata com’è alla collina, in realtà si rivela poi ben poco curata nelle sue viuzze e vicoli, dove fanno bella mostra di sé i consueti edifici semidiruti/ scrostati/disabitati, una deliziosa chiesetta scolpita e lasciata in rovina, inquietanti fasci di fili della luce lasciati penzolare liberi (questi visti spesso in diverse città)… Di fatto solo la via centrale è più curata ed i negozietti sono aperti ad uso e consumo dei turisti.

Per cena rientriamo al ristorantino dell’albergo, che per 40 leva in tutto (20 euro) ci rifocilla con una lauta cena annaffiata da un buon vino rosso del sud della Bulgaria, il Melnik. I vini bulgari sono buoni, e i miei preferiti rimangono quelli di Targovishte, Chardonnay o Traminer, entrambi bianchi, aromatici profumati e leggeri.


25 aprile - Veliko Tarnovo - Hisarja

La mattina del martedì lasciamo il bell’alberghetto per tentare finalmente la sorte del noleggio auto, e capiamo di aver commesso un errore di valutazione. La tizia dell’ufficio turistico ci spiega che a Veliko Tarnovo ci sono 4 autonoleggi, ma due non parlano inglese (!!!), uno lo scarta non si sa perché, e dell’ultimo ci lascia un indirizzo approssimativo (la piazza dopo quella della posta con gli scalini) e un cellulare. Prima aveva chiamato per noi, e ci aveva riferito che il noleggio costava 33 leva al giorno (16 eur), ma il costo del delivery su una città diversa era 75 euro.

Trovando la cifra esagerata, carichiamo armi e bagagli su uno dei nostri amici taxi e ci facciamo portare da autojet, autonoleggio che vantava un sito in inglese su internet, ci era stato consigliato alla BIT e aveva anche una sede a Sofia. Sorpresa: qui il costo della macchina era 33 EURO, e nonostante avessero la sede nella capitale, anche qui si pagava il costo del delivery su un’altra città ben 50 euro. Inoltre la perla: la macchina sarebbe stata disponibile tra 3 ore. Il tempo di farla venire da Sofia (!!!!!!).

Affranti e sconsolati, ci facciamo riportare in centro dal taxi, fortuna che con 1-2 euro ti fanno girare tutta la città. Quelli di autojet sono gentili e nonostante il mancato noleggio ci chiamano pure il taxi.
Troviamo fortunosamente l’autonoleggio consigliatoci dall’ufficio turistico. Si tratta di una società che affitta camere e appartamenti, nonché le 2 macchine del suo datato parco auto. Noi scegliamo la clio del 1997, con 187.000 km sulle spalle, che a dire il vero funzionava bene e non ci ha abbandonato, ma per essere una macchina a noleggio faceva un certo effetto.
La pratica di affitto viene redatta in maniera lenta e macchinosa in doppia lingua, in un ufficio multiuso dove affiancata alla scrivania faceva bella mostra di sé una bella tavola da stiro ed altri oggetti di uso casalingo. Concordiamo con il proprietario ora e appuntamento per il ritiro macchina: verrà lui personalmente a riprendersela all’aereoporto di Sofia.

Nel frattempo si era fatta quasi l’ora di pranzo, e decidiamo (a mio malincuore) di saltare la visita ad Arbanasi e dirigerci direttamente verso la meta della serata, Hisarja, località termale a circa 3 ore di distanza.
Una veloce tappa per pranzo nel classico ristorantino sulla strada, e prossima tappa Etara, villaggio artigiano tutto perfettino e carino, attraversato dal ruscello e immerso in una pacifica valle. Uno penserebbe che in un posto così sperduto non accettino gli euro, invece sorpresa: nato intorno ai turisti, gli artigiani convertono di buon grado i leva in euro. In molte strutture gli euro sono accettati, e il resto viene calcolato anch’esso è in euro (w l’onestà), ma non dappertutto. L’albergo termale di Hjsaria, un tre stelle elegante per esempio, non li accettava (ma aveva il bancomat fuori dalla porta).
Il paese di Etara è comunque carino e gli artigiani fanno dei bei lavori (legno, ceramica, pizzi..).

La strada prosegue verso sud attraversando un facile passo che guarda dall’alto la Valle delle rose: le rose non dovevano essere fiorite, perché non ne abbiamo visto neppure l’ombra. Fino a Kazanlak la strada scorre tranquilla e con indicazioni chiare, ma a Kazanlak una deviazione ci costringe a girare in lungo e largo il centro storico, senza ritrovare più la via per Plovdiv. Come al solito le indicazioni sono scomparse. Alla fine, chiedendo ai locali, (e parlando a gesti) capiamo che dobbiamo prendere una strada dopo un ponte a destra. Naturalmente c’erano due cavalcavia, dopo il primo apparentemente si poteva andare dritto o deviare a destra, ma nessun tipo di segnaletica di nessun genere ci viene in soccorso. Convinti che la svolta a destra dovesse essere più avanti tentiamo la sorte del dritto, per fortuna molto lentamente: il dritto era la rampa di uscita della strada per Plovdiv, e la stavamo imboccando contromano!!! Abbiamo avuto fortuna che il sopraggiungere di un paio di macchine ci ha messo il dubbio. Non c’era neppure un divieto di accesso! Qui abbiamo deciso che non avremmo guidato di notte.

Dopo questo contrattempo la strada era tutta dritta, e abbiamo raggiunto Hisarja in tarda serata. Ci siamo buttati su un hotel termale enorme, dall’apparenza lussuosa, le classiche strutture grandiose di epoca sovietica, fortunatamente ristrutturato recentementeAugusta spa Hotel, [gurko bl. 3].
Le camere, grandi, con il balconcino, pulite e comode, ma niente di lussuoso, costavano 92 leva a notte (46 euro), sempre con la prima colazione, prevalentemente di roba salata. La cosa bella era però l’uso della piscina e idromassaggio termale, ed i servizi classici delle terme (massaggi, sauna, fanghi etc ) a due soldi.

Così il giorno seguente è stato consacrato come relax day tra piscina, idromassaggio, massaggi (massaggio total body 30 minuti per 14 euro, udite bimbe udite...) e sauna, che era stata impostata a 100 gradi e mi ha arrostito le gambe.
Questo era anche l’albergo dove non accettavano gli euro, e dove solo una receptionist per turno parlava inglese(e un solo addetto al ristorante). Tuttavia tutto il personale era cortese ed impegnato a soddisfare le richieste dei clienti.

Decidiamo di passare qui le ultime tre notti, risparmiandoci la caccia ad un nuovo posto letto a Plovdiv, che vedremo solo in giornata. Manco a dirsi, anche questa decisione, presa in corso d’opera, si rivelerà poco saggia: Plovdiv è la città più bella che abbiamo visto, la più animata e probabilmente quella più meritevole di essere vissuta.

La cittadina di Hisarja, che abbiamo visitato velocemente in macchina, offre davvero poco: l’unica cosa antica sono le mura romane, che circondano un ameno parco. La cittadina è divisa in due dalla strada principale: da un lato la zona termale, con alberghi anche a 4 stelle, e nuovi edifici in costruzione, marciapiedi in rifacimento e alcuni locali carini dove mangiare. Ma basta attraversare la strada e visitare i “quartieri popolari” della città per sconfinare nuovamente nella desolazione. Di nuove case grigie e diroccate, cortili interni lasciati invadere da piantacce, asini al pascolo allo stato brado, ferraglie di automobili, zingari in carretto (per strada si aggirano numerosi contadini o famiglie di zingari in carretto).
Di fatto Hisarja è un po’ la sintesi della nazione, che ha molte potenzialità e le sta lentamente sviluppando (tantissimo verde, belle montagne, mare, molte località termali), ma conserva ancora vaste sacche di zone degradate ed eredi di un passato triste.



26 aprile - Plovdiv

La strada per Plovdiv si rivela semplice e lineare, e anche entrare nel centro storico non ci crea difficoltà.
Arriviamo verso mezzogiorno, e ci facciamo un giro nella zona commerciale della città. Questa città è decisamente più curata nel suo complesso, ed ha un appeal più occidentale: i negozi espongono marche internazionali, si vedono catene di negozi di moda, le vie larghe e soleggiate sono molto animate, le piazze ariose abbellite da fontane.

Nel pomeriggio visitiamo l’altra parte della zona commerciale fino al ponte coperto, per tornare poi in centro e trovarci con Krasimir, la nostra “guida” locale di hospitality club che ci fa fare il giro della Plovdiv antica. Tra le stradine acciottolate sorgono eleganti case dipinte, un bel teatro romano, ancora in uso per concerti estivi, e un punto panoramico sulla città sulla collina più antica dove sorse Plovdiv.
Purtroppo passiamo solo due ore con questo simpatico ragazzo, sempre perché non volevamo rischiare di perderci nelle campagne bulgare con il buio. Lui premuroso sale persino in macchina con noi e ci guida fino ad un ponte, oltre il quale con le sue indicazioni non ci saremmo potuti sbagliare. Ce ne andiamo a malincuore proprio mentre la città si stava animando, scusandoci con il nostro cortese ospite.


27 aprile - Koprivstica

Ultimo giorno, partiamo di buon’ora da Hisarja verso Sofia, con l’intenzione di pranzare a nel villaggio di Koprivstica, anch’esso decantato dalle guide e sorta di museo a cielo aperto. Il villaggio è immerso in una valle tra montagne, ed è ingentilito da pittoresche case colorate; da una parte del villaggio si cammina liberamente tra le stradine acciottolate, dall’altra parte invece c’è un biglietto da pagare per visitare le case museo. Ripartire subito dopo pranzo ci è dispiaciuto un po’, questo era un posto rilassante, dove sarebbe stato piacevole sostare almeno un altro paio d’ore.

La strada Karlovo-Sofia non presenta particolari problemi di viabilità lungo il percorso; il tratto più dissestato, quello con le famose buche ed i lavori in corso, è attorno a Pirdop, (ma il buon Krassimir ce lo aveva segnalato) il resto è la solita strada rappezzata, ma abbastanza tranquilla. La sorpresa naturalmente è tutta alla fine.

La statale finisce bruscamente con uno stop, (senza semaforo) e si immette a raso sulla tangenziale di Sofia senza corsie di accelerazione. La cosa più inquietante è che si immette da un unico punto per entrambe le direzioni, per cui se si vuole andare verso Sofia bisogna tagliare di netto le 4 corsie facendo lo slalom tra le macchine in arrivo (a velocità sostenuta) da entrambi i sensi di marcia, e schivando anche tutti quelli che, sempre da entrambi i sensi di marcia, si accingono a girare sulla statale. C’era anche la polizia, ferma lì a fare bella presenza. Un vero far west.

E non è finita qua, perché usciti vivi dallo slalom, dalla mappa sembrava che la strada filasse dritta dentro l’aeroporto, che faceva bella mostra di sé sulla sinistra. Niente di più facile, pensavamo, ci sarà sicuramente una svolta a sinistra con l’indicazione di aerogara (segnaletica stradale, questa sconosciuta). In attesa della svolta a sinistra, siamo finiti al Ponte delle Aquile, in pieno centro, e siamo dovuti tornare indietro, sempre senza l’ombra di uno straccio di segnaletica, ma sulla scorta di indicazioni mimiche di poliziotto bulgaro, abbinate a scarse indicazioni in inglese di tizio tipo manager alla fermata dell’autobus, per aggiungersi a indicazioni dal finestrino di uno che si era fermato vicino al semaforo e altre indicazioni sempre mimiche di più tizi ad un’altra fermata dell’autobus.

Questo giretto panoramico delle tangenziali della città, costellato di semafori lentissimi, ingorgo per incidente e manovre avventate per rimediare agli errori di svolte sbagliate, ci ha condotto in un’ora buona, alla strada che porta dritta -quella sì- all’aeroporto. E su quella strada, un paio di km prima dell’aeroporto, è comparsa miracolosamente anche la segnaletica bilingue (!!!), come ci avevano preannunciato anche il poliziotto bulgaro ed il tizio elegante che parlava inglese... Fortuna che eravamo arrivati con un’ora in anticipo sull’appuntamento con il tizio del noleggio, e anche sul check in (e naturalmente l’aereo ha fatto ritardo...).

Memorabile infine durante l’atterraggio il canto a squarciagola di un tifoso bulgaro ubriaco, che dopo essersi scolato in volo un’intera bottiglia di roba ad alta gradazione, intonava canti da stadio tra le incitazioni dei compagni (tamarri ubique sunt).


Riflessioni a ruota libera

Il tenore di vita dei bulgari è piuttosto basso, almeno a giudicare dalle tristissime serie di palazzine/case che si allineano nelle città, non solo in periferia, o nei villaggi microscopici che si attraversano lungo le statali, o dal parco macchine, che comprende ancora Lada e Zigulì, macchine trentennali o nella migliore delle ipotesi utilitarie decennali, e dal basso costo della vita.

Tuttavia oltre all’ospitalità innata e alla grande dignità delle persone -mi tornano in mente le vecchiette del mercato- non abbiamo notato un enorme divario tra pochissimi ricchi e molti poveri: nessuno sfarzo eccessivo e ostentato in giro, né povertà estrema schiaffeggiata dal lusso dei pochi...
I bulgari con cui siamo usciti combattono come noi con stipendi bassi e precarietà nel lavoro, nonostante i loro studi e la loro preparazione (come ci si sente sempre a casa da questo punto di vista...). Tuttavia ci sono sembrati fiduciosi e ottimisti, impegnati con il loro lavoro e con la loro sensibilità a portare il loro Paese verso standard di vita migliori, ad aprirlo e farlo conoscere al mondo.

Le barriere linguistiche rimangono forti: l’inglese è parlato da pochi, il cirillico per lo più non è tradotto in caratteri latini, neppure nella segnaletica stradale (se si è fortunati solo la direzione principale è scritta anche in caratteri latini, se si è sfortunati la direzione principale non compare affatto in nessuna lingua).

Una cosa che abbiamo molto apprezzato della Bulgaria è il suo stile mediterraneo di vita: mentre altri paesi dell’est sono più legati ai ritmi del nord Europa, qua tutto chiude tardi, si mangia a qualsiasi ora, la gente tende a socializzare, ama stare nei locali all’aperto e nei parchi.

Dello stile di guida bulgaro si ricorderanno i sorpassi chilometrici sulle statali: si piazzano sull’altra corsia e sorpassano tutto ciò che incontrano sul loro cammino, finché la prossimità di uno scontro frontale, magari in curva, non li costringe a rientrare bruscamente. Per il resto i pericoli peggiori derivano dalla mancanza di segnaletica.

Il lato umano e sociale della Bulgaria è l’aspetto che mi ha colpito maggiormente di tutto il viaggio, i bulgari sono decisamente la ragione migliore per visitare/tornare in questa nazione, così ospitale e solare.