Idee di viaggio

Roma - Berlino - Roma in 500

Nel senso dell'automobile. Quella di una volta, non il modello trendy attuale. Gianluca, appassionato proprietario dello storico trabiccolo che ha motorizzato l'Italia, ha percorso in lungo e in largo le strade d'Europa in una carovana di 500 d'epoca. Lo riconoscete dall'adesivo di zingarate.com sulla fiancata...

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Autore: Gianluca

Si parte!
- Prologo

Sono le 19 in punto di un’abulica giornata di mezz’agosto quando spengo il motore della 500 di fronte all’ingresso della mia abitazione. Rimango immobile nell’abitacolo con le mani sulle ginocchia e lo sguardo fisso verso il nulla. Per un lunghissimo meraviglioso istante assaporo ad occhi chiusi tutto il piacere del ritorno a casa.

La prima attenzione va al contachilometri. Segna il numero 193.666: che significa, dopo un calcolo approssimativo, più di 5600 chilometri percorsi dall’inizio del viaggio.



Roma - Sarzana

E’ già mattina inoltrata quando finisco di pulire a fondo gli interni della 500. Del resto un carrozziere, diciamo così, poco puntuale mi aveva consegnato la piccoletta soltanto il giorno prima, sottraendomi tempo prezioso per predisporla al viaggio.

Avevo previsto di partire di buon ora e invece eccomi ancora qui a dover montare tutto, coprisedili, antenna, portatelefono, autoradio, altoparlanti… e caricare il necessario per la manutenzione del motore, gli accessori per il comfort di viaggio, i bagagli. Significa ancora mezza giornata di lavoro. Sono esausto, avvilito, preoccupato di dover affrontare il viaggio nelle ore più calde con il rischio di far soffrire il motore oltremisura.

Decido così di rimandare la partenza al pomeriggio e stipo tutti i pezzi in uno scatolone che infilo nella 500 pronto a montarli strada facendo durante le soste.
Parto alle 16:45, quando la temperatura è scesa a 34 gradi. Soffriremo un po’ all’inizio ma poi andremo incontro al fresco notturno.

Esco da Roma sull’Aurelia che abbandonerò soltanto a Livorno, quando diventa tortuosa e trafficata. A Grosseto la prima sosta per far raffreddare il motore, riempire il serbatoio e… montare antenna, altoparlanti e autoradio. La seconda e ultima sosta a Livorno, da dove proseguo in autostrada fino a Sarzana e provo per un attimo l’ebbrezza dei 95 all’ora!
Allo scoccare della mezzanotte entro spavaldo in Sarzana. Ad attendermi la proprietaria del Bed and Breakfast che mi chiede impaziente: «dove va questa volta?».


Sarzana - Paesana

Fino all’imbocco della Savona-Torino l’autostrada è piacevole. Si snoda sinuosa nel tratto appenninico, attraversa gallerie, si affaccia sul mare. Intorno a Genova diventa un circuito articolato protetto da alti guardrail nel quale ti ritrovi improvvisamente parte di un traffico di automobili che sciamano tutte alla stessa velocità. Per decine di chilometri non è possibile rallentare né fare rifornimento.

Esco a Marene, nel cuneese. Fino a Paesana ci sono circa cinquanta chilometri di statali in aperta campagna. Strade strette a doppio senso di marcia, dai lunghi rettilinei e dalle infinite rotonde, che si intersecano tra loro a formare una rete d’asfalto in grado di raggiungere capillarmente ogni più piccola frazione. Ai lati scorrono muri di granoturco e campi coltivati ad ortaggi. Il sole, diventato un piccolo disco di fuoco all’orizzonte, proietta sull’asfalto l’ombra lunghissima della 500.

A pochi minuti da Paesana mi fermo per un saluto a Silvio, il meccanico ufficiale del Tour 2005 in Olanda, nonché un caro amico. Mi aveva visto arrivare dall’officina e mi era venuto incontro con espressione incredula. «Dove vai questa volta, pazzo d’un romano?». Due chiacchiere, un aperitivo con la famiglia e l’appuntamento di lì a poco per una formidabile cena ruspante in collina insieme alla comunità locale.


Paesana – Saluzzo – Lago di Garda – Arco – Trento

Alle 7:30 sono a Saluzzo con gli altri quattro equipaggi alle prese con le ultime operazioni di rito che precedono la partenza (in realtà per me si tratta di una ripartenza).
Trovo in perfetta forma la 500 paraolimpica della coppia MauroePiera così come la sgargiante 01 di Francesco tirata a lucido. Leandro e Maria saranno alla guida di una Giannini 590 GT e Michele porterà a spasso per l’Europa la rossa “L” e… la Celeste.

Un brindisi beneaugurante, la fotografia di gruppo, un saluto a quanti si sono alzati all’alba per vederci partire e via, alla volta di Trento.
Sono noiosi i chilometri in autostrada fino a Brescia. Afa e traffico aumentano il disagio. Ma una volta raffreddati corpi e motori, svoltiamo per la Gardesana Occidentale e lì comincia tutta un’altra storia. Costeggiamo il Garda su una sinuosa strada panoramica, a tratti a picco sul lago. Spesso la carreggiata si restringe in prossimità di una curva a gomito o all’ingresso di tunnel scavati nella roccia. E‘ una strada nervosa, che costringe noi piloti a continui cambi di marcia e ad accelerazioni e decelerazioni repentine. Le 500 sfilano una dietro l’altra equidistanti, come vagoncini colorati tenuti insieme da ganci immaginari.

Ad Arco siamo attesi per l’aperitivo dal locale concessionario FIAT per poi essere scortati con il nuovo modello di FIAT 500 fino al lago di Ledro, tra la curiosità dei turisti e la sorpresa dei valligiani.


Trento– passo Pordoi – Passo Falzarego – Cortina d’Ampezzo – Salisburgo

Oggi, dopo la piana di Trento e le dolci colline del Muller-Turgau e della grappa, ci aspettano nientedimeno che i passi Pordoi e Falzarego. Tappone dolomitico, si definirebbe in gergo ciclistico la frazione odierna.

Vista sulla carta stradale la ss 48 in uscita da Canazei ricorda il fermo immagine di un elastico lasciato andare dopo essere stato teso. La salita comincia nel bosco che più avanti si diraderà svelando le crude montagne dolomitiche. La pendenza regolare consente di acquisire un certo ritmo e di salire anche in terza marcia, tuttavia è decisamente più divertente scalare in seconda e aggredire i tornanti su due ruote. Le 500 ascendono impavide i ventisette tornanti che conducono alla vetta senza mai fermarsi, senza mai dare il minimo cenno di affaticamento.

Sul passo Pordoi ci godiamo il panorama e l’aria tersa, facciamo raffreddare le pompe di benzina e poi scolliniamo alla conquista del Falzarego.

A Cortina occupiamo l’area che il comune ha riservato alle nostre 500 e ci consegniamo al passeggio d’alto bordo.
Nello spazio di pochi chilometri il tempo aveva sterzato bruscamente verso il brutto e una volta varcato il confine con l’Austria il cielo è sul punto di cedere sotto il peso dell’acqua. La pioggia arriva copiosa mentre attraversiamo il parco nazionale degli Alti Tauri e innaffia i pascoli verde smeraldo costellati di placide mucche giganti.


Austria Felix
Salisburgo

Sulla strada che conduce al castello una splendida creatura biondissima toglie il velo ad una fiammante Steyr Puch rossa. Per chi non è “del mestiere”: la Steyr Puch è una 500 costruita in Austria su licenza FIAT, uguale nella carrozzeria ma con un motore più potente.

Quale migliore occasione per attaccare discorso? Mi presento come pilota ufficiale del Tour, che fa un certo effetto, fingo d’interessarmi alla macchina e poi la invito per la sera stessa al nostro albergo per mostrarle… la mia collezione di 500. E anche se poi non verrà all’appuntamento, ci scriveremo una volta tornato a Roma.

Al tramonto le vie di Salisburgo si svuotano restituendo alla città una dimensione più compassata. E’ il momento ideale per ritornare a vedere sotto una nuova luce i nostri luoghi preferiti.


Salisburgo – Sankt Polten – Vienna

Durante quei primi giorni di viaggio la nostra bizzarra carovana ha sempre calamitato mille attenzioni. Strada facendo ho capito che le 500 trasmettono soprattutto simpatia e suscitano tanti sorrisi affettuosi che solo dopo lasciano il posto alla curiosità.

Mi diverte da morire osservare soprattutto la reazione dei bambini che, mentre indicano le automobili con il ditino, assumono un’espressione meravigliata e allo stesso tempo incredula schiudendo la bocca in un oooooooohhh! eterno come se avessero di fronte dei fantastici giocattoloni colorati.

C’è chi in fase di sorpasso rallenta apposta per leggere le scritte adesive sulla fiancata e poi tende il pollice in segno di approvazione. Chi suona il clacson all’impazzata tirando dritto. Chi si sporge dal finestrino per scattare una fotografia. E poi ci sono gli indifferenti e… quelli che ci guardano con disprezzo e vorrebbero dirci ma quanto siete patetici su quelle macchine ridicole.

Un lingua di asfalto perfettamente rettilinea ci conduce a Sankt Polten. Rimaniamo tutti piuttosto delusi da una città che viene presentata come uno degli esempi migliori del barocco austriaco e pensiamo che forse sarebbe stato meglio fermarsi a Melk.
Arriviamo a Vienna nel pomeriggio inoltrato. Il tempo di una doccia, una cena ordinaria e siamo già a bere nelle vie a ridosso del Dom.



Vienna

Torno dopo un anno esatto a farmi sorprendere dal Museums Quartier che qualcuno ha propriamente definito un biotopo urbano dell’arte. Negli immensi volumi articolati delle ex scuderie dell’imperatore ogni forma d’arte trova i propri spazi. Qui il manufatto artistico viene ideato, realizzato, esposto, venduto.

In tutta l’area si respira un’atmosfera vitale e allo stesso rilassata, molto cool, specie nei cortili interni frequentati per lo più da giovani intellettualoidi con giacchette logore e foulardino intorno al collo. Secondo la migliore tradizione nordeuropea, molto spazio viene dedicato anche ai bambini, stimolati alla creatività anche con aree gioco in cui possono inzaccherarsi dalla testa ai piedi.

Dopo una giornata a spasso per il centro andiamo ad aspettare il tramonto nella maestosa cornice dello Schonbrunn, protesi verso il vuoto sulla terrazza più alta della Gloriette.
Passo la serata ingollando non so quanti bratwurst in compagnia di un musicista rasta che mi fa ascoltare in cuffia tutto il suo repertorio chiedendomi ossessivamente un parere ad ogni fine di brano.


Vienna – Brno – Praga

In Moravia la statale per Brno costeggia piccoli vigneti e attraversa una serie di piccoli borghi rurali sonnolenti non particolarmente interessanti ma dall’aspetto assai curato.
Brno è una piacevole scoperta. Non lo sono altrettanto i tram che attraversano námesti Svobody sfiorando la gente a passeggio. Vagabondando in pieno centro mi sento piacevolmente calato nel quotidiano vivere della gente del posto.

Qualche timido turista sembra approcciarsi a Brno poco convinto. Di certo non vi troverà la bellezza sfacciata dei palazzi di Praga né tutte le “attenzioni” che la capitale concede a profusione ma avrà ugualmente modo di apprezzare tanti edifici storici e monumenti interessanti in una dimensione raccolta e meno sofisticata.

Brno meriterebbe qualche giorno di permanenza anche perché è frequentata veramente mooolto bene (zingari ci siamo capiti…).
Delle due corsie della strada che conduce a Praga è asfaltata solo quella di sorpasso mentre l’altra è rivestita con lastre di cemento, come se la carreggiata fosse composta da una corsia di I classe e l’altra di II. Un ritmico sobbalzare in prossimità degli spazi di giuntura sarà la nostra colonna sonora per decine di chilometri.

Alloggiamo in un severo grattacielo razionalista in cemento armato della periferia praghese. Un chiaro esempio di quella funzione liturgica propria dell’architettura di regime, con gli interni arredati in maniera spartana (ma assolutamente funzionale) e il personale dai modi sbrigativi.

Rivivo dopo anni un’atmosfera che trasuda suggestioni decadenti da regime totalitario. Dello stesso stampo è il parcheggio convenzionato, una specie di recinto per automobili custodito da un arcigno polacco irsuto che annota scrupolosamente su un registro sgualcito ogni possibile dato sulle 500 e sui rispettivi proprietari.
Provo a scuotere il gruppo proponendo un “pub crawl”. Niente da fare. Almeno per quella sera dovrò tenere sopite le mie velleità mondane.


Repubblica Ceca
Praga


«Mai più a Praga». Lo avevo promesso a me stesso soltanto tre anni prima, dopo esservi tornato per la seconda volta a distanza di dodici anni ed essermi ritrovato in una specie di Luna Park ad uso e consumo del turismo di massa. Un colpo al cuore per me che avevo conosciuto la città boema attraverso il capolavoro di Ripellino e che a Praga avevo vissuto per un breve periodo subendo il fascino struggente già in parte nascosto di una città unica al mondo.

Calato nei panni del tulák, avevo vagabondato per intere giornate nella Praga «...degli alchimisti, del quartiere ebraico, del Golem, delle taverne fumose, dell’indole maligna di certe sue case e stradine, di Hasek e di Kafka, dei dadaisti, degli astrologhi, di stralunati occultisti, degli architetti, dei manigoldi, dei fantasmi, dei marionettisti, dei rabbini, dei poeti, delle bettole, delle storie spiritiche ...».

In quei dodici anni si era compiuta la trasformazione di Praga. Una trasformazione a mio avviso deprecabile (e non è la solita scontata retorica anticonsumistica), perché eccessiva e davvero fastidiosa per gli occhi e per il cuore.
E invece eccomi ancora lì, in balia delle torme di turisti che a passo di tromba consumano il più canonico degli itinerari: Melantrichova Karlova ponte Carlo Mala Strana.

Germania, finalmente
Praga - Berlino


I primi cinquanta chilometri attraversano una pianeggiante regione rurale coltivata prevalentemente a luppolo che più avanti e fin oltre il confine tedesco lascia il posto ad un meno interessante paesaggio costellato di fabbriche dalle svettanti ciminiere affumicate.
A Dresda il motore della 500 di Leandro si spegne e non vuole più saperne di ripartire, neanche a spinta. Si tratterà del condensatore bruciato, prontamente sostituito dal solerte meccanico.
Strada facendo la selva di ciminiere lascia il posto a boschi di pini slanciati.

Berlino rappresenta il giro di boa del Tour, un primo traguardo che raggiungo nel pomeriggio dopo circa 2800 chilometri percorsi dalla partenza. Da annotare soltanto una foratura e un paio di lampadine fulminate.
Non ho ancora spento il motore, che una coppia di “zingari” riconosce il logo sulla fiancata e mi dà il benvenuto a Berlino.
Memorabile lo stinco di maiale che ci viene servito per cena. Semplicemente esagerato. Brindiamo alla prima metà del viaggio con boccali da un litro colmi dello schiumoso nettare degli dei e facciamo baldoria.


Berlino

Di buon mattino il meccanico ha già impugnato gli arnesi per una revisione generale di tutte le 500.
Le vetturette sono schierate una accanto all’altra con i cofani aperti, come pazienti in attesa della visita del primario. Curioso il fatto che a tutte indistintamente si siano dovuti stringere i giunti di uno stesso lato.

Al termine di una scorribanda nel cuore della città, schieriamo le 500 di fronte alla porta di Brandeburgo per la fotografia di gruppo. Nel giro di pochi attimi siamo circondati da una folla curiosa che ci tempesta di domande, scatta fotografie, si fa ritrarre in posa con le automobili. Ai tanti che si interrogano sulla scomodità della posizione di guida rispondo che “abitare” una 500 è come per una mano calzare il guanto dell’altra. Certo che non è salutare guidare per migliaia di chilometri ingobbiti sullo sterzo ma vuoi mettere che allungando un braccio puoi raggiungere qualsiasi angolo dell’abitacolo?

Un’incredibile coincidenza mi fa incontrare con una “zingara” d’eccezione, addirittura con colei che ha disegnato il logo di Zingarate.com!
Poi ci spostiamo in Muhlenstrasse. Sfiliamo lungo il mauer seguiti da una Trabant color carta da zucchero.
Nel pomeriggio porto con me i più giovani all’ex quartier generale della Stasi, ora trasformato in museo e centro di commemorazione e ricerca. Decisamente più interessante e coinvolgente il suo omologo a Lipsia.
Trascorro a Kreuzberg 36 quel che rimane di una Domenica che volge al termine bighellonando per le strade vissute di questo brandello di Ovest proteso ad Est. Nella tiepida aria estiva fluttuano a ritmo di musica ottomana le vaporose spesse esalazioni della cucina orientale.


Berlino - Bamberga - Norimberga

Tappa interminabile di 500 chilometri che mette a dura prova i nervi e che si rivelerà in assoluto la più difficile del Tour.
L’assenza dei limiti di velocità dalle autostrade tedesche fa sì che qualsiasi mezzo di trasporto saetti al nostro fianco al massimo della potenza restituendoci la percezione di essere ancora più lenti di quanto in realtà i nostri 90 all’ora non dimostrino.

Camion grossi come palazzi ci sorpassano costringendoci ad immediate correzioni dello sterzo per reagire allo spostamento d’aria che prima risucchia le 500 all’interno e poi le sposta violentemente verso il guardrail e nel rientrare piombano come treni in corsa fino ad accarezzare loro i paraurti.
Incapaci di mantenere una distanza minima di sicurezza nei tratti in cui vige il divieto di sorpasso per i mezzi pesanti, siffatti mastodonti rallentano e spingono, spingono e rallentano, tallonano le nostre così da vicino che basterebbe un nulla per arrivare ad un pericolosissimo contatto. Non possiamo far altro che lasciar loro la strada spostandoci a cavallo della corsia d’emergenza sperando che accolgano l’invito al sorpasso nonostante il divieto. Ma il loro incondizionato e quanto mai ottuso rispetto del codice della strada estende il rischio e sfianca le nostre menti.

Scarichiamo la tensione sui clacson festeggiando (incolumi) l’arrivo a Bamberga; e poi subito Rauchbier per tutti, la birra locale ottenuta affumicando il malto durante l’essiccazione.
Bamberga si offre quieta ed elegante. Risparmiata dai bombardamenti della II guerra mondiale conserva intatti i suoi edifici storici di stili architettonici diversi. Dal barocco raffinato dell’Altes Rathaus (al quale sembra essersi aggrappato il piccolo edificio a graticcio nel tentativo di sfuggire alle innocue rapide del fiume) al gotico non esasperato del Dom, ci muoviamo sull’acciottolato fino all’imponente corte in perfetto stile bavarese dell’Alte Hofhaltung. Mi piacciono davvero questi edifici in pietra con i tetti spioventi e gli abbaini occhieggianti, un tempo residenza vescovile, la cui severità è ammorbidita dai ballatoi in legno nero guarniti di gerani.

Arriviamo a destinazione senza problemi e anche con un certo anticipo sulla tabella di marcia; ma una volta giunti in albergo ci troviamo a discutere con la direzione colpevole di non averci riservato i parcheggi richiesti.
In viaggi come questo è importante prenotare dalla partenza oltre agli alberghi anche i posti auto custoditi. Spesso gli stessi alberghi hanno un proprio parcheggio privato gratuito o a pagamento, altre volte si avvalgono di strutture esterne convenzionate.
Dopo un serrato scambio verbale riusciamo a scardinare il veto e risolviamo con successo la questione anche perché i tre posti disponibili sono più che sufficienti per tutte e cinque le vetture.



Norimberga - Stoccarda

Norimberga
è stata sede del parlamento del Sacro Romano Impero e in epoca moderna ha vissuto da protagonista l’ascesa e il declino del nazionalsocialismo. E’ stata la cornice ideale scelta da Hitler per i raduni di partito; a Norimberga sono state promulgate le prime leggi antisemite; e sempre a Norimberga si è svolto il processo per i crimini di guerra dei gerarchi nazisti.
La città storica, racchiusa da poderose mura di cinta, è stata in gran parte ricostruita dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Mi diverto a visitare Norimberga perché passo dopo passo incontro di tutto, dall’edificio storico alla scultura moderna, dalle chiese antichissime con pulpiti cesellati al bunker sotterraneo, alle fontane curiose, alle torri quadrate, ai ponti in legno, al castello.

C’è tensione al momento della partenza per Stoccarda. Bisogna affrontare ancora la superautostrada e nessuno di noi vuole più rischiare di essere spazzato via dal mondo. Si potrebbe andare ai 100 all’ora se macchine come la mia non diventassero inguidabili e ugualmente pericolose a tale velocità. Oppure fermarsi di frequente nelle aree di sosta e ripartire dopo aver fatto defluire il traffico pesante cui abbiamo fatto da tappo. Ma non servirà alcuna strategia perché la strada sarà semideserta e ci consentirà perfino di giocare a rincorrerci.

A Stoccarda siamo ospiti del locale club delle FIAT 500 il cui presidente è un signore italiano che vive in Germania oramai da una vita. Trascorriamo una piacevole serata con altri soci e parenti vari tra scambi di gagliardetti, chiacchiere e gelati all’italiana. Nel tornare in albergo si aggiungono alla nostra carovana due elaboratissime 500 con targa tedesca


Stoccarda – foresta nera – Le Howald

Il risveglio sotto un’irritante pioggerellina da autunno padano non turba i nostri animi ansiosi di visitare il nuovissimo museo Mercedes-Benz.
Consiglio una visita al museo anche a chi non ha una vera passione per le automobili perché è decisamente suggestivo il percorso a doppia elica che propone un viaggio nel tempo attraverso la storia dell’automobile dalle sue origini fino ai giorni nostri.

Lasciamo Stoccarda e il suo traffico ordinato sotto un cielo color piombo.
Usciamo ad Herremberg ed entriamo da Freudenstadt nella Foresta Nera. Al di là di una piazza immensa interamente porticata che pare essere la più estesa della Germania (certamente non la più bella), Freudenstadt non offre nulla che possa trattenerci oltre. Solchiamo la foresta verso Sud tracciando il manto stradale umido e scivoloso con le impronte del battistrada, attraversiamo l’incantevole Schiltach e poi risaliamo la valle del Kinzig su per Haslach e Gengenbach chiudendo un percorso a “U” lungo circa sessanta chilometri.

Varchiamo il confine franco-tedesco e siamo in Alsazia nel pomeriggio. Lo spesso manto verde dei vigneti rigogliosi prossimi alla vendemmia ricopre la piana e le dolci colline circostanti. Minuscoli borghi incantati con i campanili come spilli emergono da questo verde cangiante come tante macchie dai colori pastello. Attraversato Andlau, con le case che sembrano di marzapane, saliamo su per la collina fino a Le Howald dove ci aspetta un albergo di gran classe e un Riesling Gran Cru da perdere la testa.


Terre di confine
Le Howald – Ribeauvillé – Riquewihr – Colmar – Le Howald

Ci vuol poco per capire che in quel lembo di terra compreso tra i Vosgi e il Reno la vita si svolge all’insegna di un edonismo eno-gastronomico che stordisce. Basta infatti accendere i motori e seguire i pittoreschi cartelli, spesso accanto a botti e carretti fioriti, che indicano la qualità di vino prodotta dal tal vigneron o rincorrere con l’olfatto le fragranze squisite delle vivande in preparazione.

In albergo avevo scambiato qualche parola con una coppia inglese in viaggio sulla route des vins ed ero rimasto impressionato nell’apprendere tutte le sfumature che quella regione può offrire ad un vino bianco. E mi saltò subito alla mente l’immagine di certi degustatori che s’inerpicano in pedanti discettazioni sul portamento di un Gewurztraminer o dell’avvolgenza di un Muscat, piuttosto che di complessità aromatica o di persistenza.

Per quel che ne so l’Alsazia ha vissuto un passato politico tormentato cambiando “padrone” diverse volte finché non tornò ad essere francese dopo la seconda guerra mondiale. E questo mi consente di capire le somiglianze che riscontro con alcuni borghi del Baden-Wurttemberg e della Baviera.

A Ribeauvillé facciamo il pieno di formaggi, annaffiando il tutto con una sciagurata birra artigianale che sa d’aceto.
Dopo Riquewihr Maurino è costretto a fermarsi per un manicotto che improvvisamente si rompe. Spingiamo la 500 fin sotto i filari di un vigneto e il meccanico sostituisce il pezzo.
Colmar ha davvero un aspetto fiabesco, tipicamente alsaziano, con le sue case medioevali a graticcio con le tipiche torrette a sporto e i palazzi rinascimentali che si affacciano su strade strette e canali fioriti. Il graticcio è in sostanza lo scheletro dell’edificio realizzato con travi portanti in legno che poi viene tamponato con mattoni o argilla. Le travi rimangono a vista mentre la tamponatura viene dipinta a tinte pastello. Gli edifici più belli sono in rue des Tanners e quai de la Poissonnerie dove si respira più che altrove un’aria raccolta da villaggio medioevale.
Per cena mi concedo tarte flambe e bollito di carne con patate marinate nel vino bianco in un posticino alla mano appena fuori dal centro dove vengo servito da una svenevole ragazzina dallo sguardo trasognato.


Le Howald – Svizzera – Col de La Forclaz – Albertiville

Partiamo di buon mattino per affrontare la tappa più lunga del Tour.
Alla frontiera con la Svizzera ci intima l’alt un donnone in divisa con uno strano sorrisetto beffardo. Non cerca i documenti ma tende avidamente una mano verso l’abitacolo chiedendo con voce gutturale trenta euri per il bollino autostradale.
Vediamo scorrere davanti ai nostri occhi l’intera Svizzera da Nord a Sud. Immagini bucoliche da cartolina si alternano a paesaggi industriali. Sfioriamo Basilea, entriamo a Bienne, costeggiamo i laghi di Neuchatel e Ginevra fino a Montreux.

Dopo ben 400 chilometri percorsi affrontiamo il col de la Forclaz senza esserci nemmeno preoccupati di far raffreddare più di tanto i motori. Ma le 500 vanno su che è un piacere con il passo deciso e cadenzato di un montanaro. Il panorama che si apre via via ai nostri occhi è maestoso e dominato da montagne imperiose. Credo di riconoscere il ghiacciaio del Trient e molto più in là il lago di Annecy.
La discesa è affollata dagli escursionisti che rientrano dai sentieri. A gruppi sbucano dai boschi armati di pedule e racchette, le facce paonazze e il fiato grosso. Ci salutano con dei sorrisi bellissimi e ci accompagnano con lo sguardo finché non scompariamo alla loro vista dietro la curva successiva.

Rimettiamo le ruote in Francia su una bella e sinuosa strada panoramica a scorrimento veloce che scende verso valle. Guido in un’estatica condizione di grazia godendomi l’idillio della Natura circostante limpida come il suono del mio motore.
Mentre assecondo un’ampia curva fischiettando Vita Spericolata, d’improvviso vengo raggelato da un flash portentoso. Rimango sospeso in uno spazio/tempo indefinito con un’espressione inebetita e incapace di connettere per un lunghissimo istante prima che riesca a convincermi di essere stato sorpreso dall'Autovelox.

E’ sufficiente una passeggiata notturna per avere un’idea di Albertville, città senza carattere, assolutamente ordinaria. Sembra vivere ancora del riflesso degli oramai lontani giochi olimpici invernali del 1992, tuttora continuamente ricordati attraverso il logo presente ovunque.
Il villaggio olimpico è permeato da un alone di tristezza. Il braciere come le altre strutture sportive porta i segni del tempo e assurge a monumento all’oblio.
La camera della modesta pensioncina in cui alloggiamo è impregnata di un odore umido in cui predominano componenti quali fumo, polvere, muffa. E’ male illuminata e arredata in modo essenziale. Sì, merita proprio il titolo di peggior camera d’albergo dell’intero viaggio.



Albertiville – Col de l’Iseran – Colle del Moncenisio – Saluzzo

Nella giornata del rientro in Italia si mettono a puntino le 500 prima della partenza.
Le 500 scalano decise i tornanti che portano al col de l’Iseran. Incollate alla strada che si attorciglia alla montagna mordono letteralmente l’asfalto quando la pendenza arriva al 10 per cento. Gruppi di motociclisti che scendono tendono il braccio salutandoci. Altri agitano il pugno a mo’ d’incoraggiamento.

In prossimità del valico la montagna si fa aspra e compaiono le prime macchie di neve. Il ciglio della strada è protetto soltanto da piccoli massi di pietra appoggiati a terra oltre i quali c’è il vuoto di una vallata favolosa. Gli ultimi metri sono quasi completamente bianchi, bellissimi, sotto il cielo azzurro intenso si stagliano le cime incappucciate di neve e un paesaggio lunare. Siamo a quota 2770 metri e sul secondo colle transitabile più alto d’Europa con le nostre 500. Da non credere! Le carrozzerie scintillano al sole serpeggiando giù per il versante opposto.

Con la terza marcia teniamo a bada la velocità cercando di risparmiare i freni e per avere un maggiore controllo del mezzo.
Superato in scioltezza anche il colle del Moncenisio (che fa comunque 2081 metri di altezza), siamo subito costretti ad una sosta forzata. E’ incredibile. Ancora la ruota posteriore destra del povero Maurino che questa volta stava per rotolare via! Il meccanico mette la schiena a terra e s’infila sotto il motore, smonta anche il mozzo e diagnostica un malfunzionamento del semiasse. Intanto Francesco freme per gli amici che ci aspettano a cento chilometri di distanza. Celeste dispensa birre fresche e il buon Michele assiste attivamente alla riparazione.

A Saluzzo si brinda solennemente intorno al tavolo imbandito di leccornie locali. Poi gli addii. In questi casi non servono molte parole, conta di più una vigorosa stretta di mano arricchita da un affettuoso abbraccio.


Di nuovo in Italia
Saluzzo - Paesana - Sarzana


Quella mattina, dopo una clamorosa dormita e un’adeguata colazione, passo a trovare Silvio. Sebbene fosse domenica mi riceve in officina per dare un’occhiata alla 500. Mi aspettano due tappe in solitaria ed è bene affrontarle nelle condizioni migliori considerando che di motori e meccanica non ho mai capito nulla e mai ne vorrò sapere finché la mia buona stella mi assisterà.

Me ne sto buono buono in un angolo e osservo la macchina sospesa sul ponte con le ruote così sghembe come se a gravare sulla balestra fossero due dischi di piombo da 100 chili. Penso ai 5000 chilometri percorsi fino a quel momento senza esitazioni dalla quarantenne e a quel motore che la spinge ostinatamente da 200000 chilometri e sembra non averne ancora abbastanza.
Accetto l’invito a pranzo di Silvio e poi alle tre del pomeriggio ingrano la prima ed esco da Paesana diventando presto un puntino nero lontano.


Sarzana - Roma

Nei pressi di Livorno mi fermo in un’area di servizio piuttosto affollata. E’ un andirivieni concitato di persone che entrano ed escono dal bar e pensano a quanto manchi ancora per la tal destinazione e di automobili che arrivano e ripartono in una danza senza fine, di facce tirate, di schiene sudate, di panini mangiati in piedi, di lattine stappate.

Un padre di famiglia con pargolo berciante al seguito si avvicina alla 500, la osserva, mi chiede se davvero sono arrivato a Berlino come dice la scritta sulla fiancata.
Strappo il coperchio dell’ultima scatoletta di tonno rimasta in dispensa e ne mangio svogliatamente il contenuto. Faccio il pieno e riparto a razzo puntando verso Roma.


Special thanks


Un grazie sentito va a tutti coloro che mi hanno sostenuto durante il Tour. Al mio meccanico Vincenzo e al fido Rodolfo che da anni curano con dedizione la mia 500. A Silvio, meccanico d’altri tempi e persona squisita. Agli sponsor che hanno creduto in questa avventura e hanno contribuito a renderla possibile. Al FIAT 500 Club Italia. E naturalmente ai miei compagni di viaggio a cominciare da MauroePiera che hanno inventato il Tour iniziandomi a questa incredibile esperienza nel 2005, a Francesco, Leandro, Maria, Michele, Celeste, Roberto e Maria Teresa.

Le fotografie sono state scattate da me, Alessandra e Massimo, Francesco, Helmut, Leandro e Pierre.

Gianluca