Idee di viaggio

Due settimane a Londra

Sotto i cieli di Londra, il diario di un vero viaggio e non di un'esperienza turistica.

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Autore: Irene

Elif ha gli zigomi alti spruzzati di lentiggini, gli occhi grigi. È nata a Istanbul, parla perfettamente francese e inglese con il suo delicato accento turco.  Per due mesi vivrà a Londra. È laureata in Scienze Politiche, e forse studiare l’inglese professionale la aiuterà a trovare un impiego decente nel suo paese.

Anche Sara vive a Londra, da sei mesi. Viene dall’Oman, dove ha lasciato un marito e un figlio di un anno. Sta completando gli esami di lingua, e si è iscritta all’Università di Coventry.

L’elenco potrebbe continuare per molte pagine. Italia, Spagna, Grecia, Turchia, paesi arabi. Per chi è alla ricerca di un’opportunità, Londra è quasi sempre un’opzione vincente.

La capitale inglese è energica e ricca di risorse. Ad accogliermi ho trovato una città grande e solida. Una famiglia metropolitana dalla sicura identità britannica, fiera del suo Earl Grey e della sua colazione a base di eggs and bacon, dei suoi college e dei suoi parchi. Eppure piena di inquieti, giovani sognatori venuti da lontano, che inseguono una carriera brillante o più semplicemente un impiego fisso. A volte sono lì solo di passaggio, a volte mettono radici. Ecco dove mi trovo: nel cuore pulsante dell’Europa in movimento.

Flȃnerie

Londra è una città meravigliosa da visitare, ma ancora più bella da attraversare. Le lunghe giornate grigie le passo camminando, tra la folla instancabile di lavoratori ai semafori e i turisti giapponesi col naso all’aria.



Mi perdo nelle passeggiate per i lunghi viali, come i gentiluomini francesi all’alba della modernità. Non voglio essere solo un’altra delle turiste distratte armate di iPhone e sacchetto di souvenir. Voglio osservare, cogliere i dettagli.  La città è uno scrigno non troppo difficile da forzare. Basta chiamare, e i piccoli segreti arrivano ai miei occhi. I bambini biondissimi che fanno il bagno nelle fontane di Russel Square. La piccola libreria della SOAS che vende libri usati a una sterlina. Una bancarella di attivisti per la difesa dei parchi pubblici. Raccolgo brochure, volantini, giornali locali, che forse un giorno leggerò.

Il tipo di osservazione che preferisco è quello sotterraneo, nella metropolitana. Più chirurgico, come un’analisi del sangue. Le linee sono le vene di Londra. Qui i volti si possono studiare alla luce asettica dei treni e delle banchine. Distaccati, distratti. Le espressioni stanche dopo una giornata di lavoro. Apparentemente tutti viaggiano indifferenti, concentrati sul loro libro o sulla musica nei loro auricolari. Nonostante questo, non posso fare a meno di notare anche qui un’aria di familiarità a tratti commovente. Come se ci si ritrovasse nel salotto di casa dopo una giornata estenuante. Nessuno ha bisogno di parlare, ma si riconosce la reciproca stanchezza, si rispetta il proprio silenzio. Qualcuno dorme sui sedili imbottiti. The Tube è la casa dei londinesi, una casa lunga, snodata, complicata. Dopo pochi giorni finisco per affezionarmi anche alla voce metallica che annuncia le fermate.

Frammenti del puzzle
 
Lo stereotipo del british man, timido e distaccato, al massimo polite è un’idea obsoleta, forse radicata nella mentalità mediterranea. Gli inglesi hanno un loro modo di essere accoglienti, un modo più silenzioso e discreto, meno focoso di quello latino.

Il pomeriggio del mio arrivo pioveva a dirotto. Ero vestita con una maglietta senza maniche e pantaloni al ginocchio. Non avevo ombrello, ma una grossa borsa e una valigia rossa. Ero completamente fradicia, e così tutte le mie cose. Dalla stazione del treno – il southeastern service, una sorta di graziosa metropolitana over ground- dovevo camminare per circa dieci minuti fino alla villetta a schiera in cui avevo affittato la camera. Giunsi di corsa di fronte alla casa –dovevo essere uno spettacolo piuttosto insolito e pietoso per quel tranquillo quartiere residenziale-  e bussai. Nessuna risposta per una, due, tre, quattro volte.

Insospettita tirai fuori il cellulare e mi accorsi di una mail non letta: la padrona di casa avvertiva che non sarebbe tornata dal lavoro prima delle sei di sera. Mancava un’ora e mezza, e avrei dovuto passarla sotto il diluvio. Rassegnata mi riparai sotto le fronde di un grosso albero, che fortunatamente troneggiava nel giardino del vicinato. La pioggia non accennava a smettere. Dopo un quarto d’ora un’auto celeste, piuttosto vecchiotta, si fermò nel vialetto: ne schizzarono fuori due ragazze che ridendo a crepapelle raggiunsero la porta di fianco alla mia.

Attesi ancora qualche minuto - probabilmente avevo un aspetto patetico, tanto che una delle ragazze si affacciò alla porta: - You can come in! - Nonostante la sorpresa non me lo feci ripetere due volte. Le due ragazze, Cathy e Lisa, erano due amiche del cuore, in procinto di partire per due mesi di working holiday in Australia.

Mi offrirono un asciugamano, una tazza di the e mi regalarono dei libri usati “to practice and improve your written english”. Alle sei, quando la mia affittuaria rincasò, ci congedammo gentilmente. Espressi la mia gratitudine, ma loro non parvero farvi molto caso. Dopo quel giorno, nonostante vivessimo in due villette contigue, non ci rivedemmo più.

C’è un altro episodio che amo ricordare del mio viaggio a Londra. Una mattina verso le sette mi trovavo alla stazione di Elephant and Castle. Ero reduce da una festa troppo rumorosa e da troppe birre. Semiaddormentata su una panchina, non mi accorsi di un annuncio all’altoparlante: il mio treno era atteso al binario due anziché al quattro. Feci per precipitarmi giù dalle scale del sottopassaggio quando notai qualcuno che mi faceva cenni dalla panchina accanto. Un uomo gigantesco, in tuta da ginnastica e scarponi da cantiere mi stava chiamando, con un grande sorriso cordiale stampato sul volto abbronzato. “You take the Sevenoaks? It’s almost here. Let’s cross the rails!” E prima che potessi questionare su alcunché mi ritrovai ad attraversare di corsa il binario quattro: il gigante saltò sull’altra banchina e mi aiutò tirandomi su per un braccio, rischiando di disarticolarmi la spalla. Il viaggio di ritorno verso casa lo passai chiacchierando con lui-di cui ho dimenticato il nome- e scoprii che lavorava tutte le notti da mezzanotte alle sette.
L’umanità londinese è anche quella che popola le stazioni quando il sole inizia leggermente a scaldare i sobborghi. E’ quella che non dorme, che veglia con la città.

Il mio ultimo giorno era domenica, e decisi di fare una passeggiata a Hyde Park. Minacciava di piovere ancora, il cielo era denso e argentato. Sotto un padiglione suonava un gruppo di percussionisti, e degli artisti di strada si esibivano in acrobazie con i pattini. Trovai un ritaglio di prato soleggiato e mi misi a leggere per due ore. Intorno a me la gente passava e parlava. Alcuni dormivano sotto un albero, altri sfogliavano riviste in solitudine. Lì potevo isolarmi senza sentirmi isolata.  Mentre cercavo di carpire i raggi di sole irradiati debolmente dietro le nuvole, pensai che forse quel momento era la libertà. Il viaggio e l’avventura quotidiana che Londra aveva saputo regalarmi.
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