Idee di viaggio

Un mese a Londra cercando la mia strada

Considerazioni sull'Italia e sulla possibilità di trasferirsi a Londra, in un mese sabbatico nella città di Westminster.

Londra VIAGGI URBANI Shutterstock
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The weather”… Inutile dirlo. Questa è la risposta, scontata, di qualsiasi connazionale alla solita, scontata, domanda: “ma cosa non ti piace di Londra? Cosa proprio non sopporti?”. Certo, con qualche estemporanea divagazione culinaria a cura dei nostalgici della cucina mediterranea. Oppure qualche sbuffo all'aroma arabica di chi passa in rassegna Starbucks, Caffè Nero, Costa Coffee e quant’altro, alla disperata ricerca di qualcosa che possa lontanamente assomigliare ad un Espresso, salvo rimanere regolarmente delusi. Ok, in questo caso devo ammettere che la delusione ha pesantemente colpito anche me.

Siccome è  sempre utile cercare di andare oltre gli stereotipi superficiali, più o meno divertenti e che talvolta ci contraddistinguono, non è difficile immaginare che siano ben altre le motivazioni e le difficoltà contro cui si può sbattere affrontando una nuova avventura di vita, ricominciando, ricostruendo se stessi, in una città come Londra. Anzi, “a Londra”, perché non esistono città “come” Londra.

Proprio per la sua unicità e la sua atmosfera (certo, anche per l'inglese, che non fa mai male) alla fine la mia scelta è ricaduta sulla capitale britannica. Un mese di ferie a Londra, una pausa ricercata dalla quotidianità del lavoro e della cosiddetta “vita di tutti i giorni”, un mese alla scoperta, o alla riscoperta, di una città che da sempre attira l’attenzione di milioni di persone. Ma anche di un’altra città, quella che intimamente ognuno costruisce dentro di sé: ponti di emozioni che legano strade lastricate di convinzioni, quartieri di speranze, villaggi di motivazioni, periferie inquinate dai dubbi, centri storici rimessi a nuovo per apparire sgargianti. Si, spesso sgargianti solo dall'esterno, però. Ed un’idea, una domanda, quella che da anni periodicamente si ripropone: ma io che ci faccio ancora qui?

Perché porsi continuamente questa domanda? In fondo cosa mi manca qui? Non sono un soldato dell’esercito dei precari, non sono un disoccupato, cassaintegrato… Niente di tutto questo. E non sono nemmeno un “cervello in fuga”, al massimo posso essere un'“anima in fuga”. Sono uno di quelli che in questo Paese definiremmo “fortunati”, trentenne con un posto fisso e discrete possibilità di carriera, regalate da nessuno, per dire la verità. Forse sfacciatamente ingrato verso un destino, a cui non riconosco l’esistenza, per riuscire a sentirmi davvero così “fortunato”, al punto da avvertire ormai come una gabbia ciò che molti considerano un miraggio. Richiamato dal gusto della scoperta, del cammino, dell’ignoto, da quella scarica di adrenalina che solo rimetterti completamente in gioco in un contesto sconosciuto ti può regalare.

E maledettamente frenato dalla convinzione comune che qui, oggi, mollare un “lavoro sicuro” per l’ignoto equivale alla decapitazione, professionalmente parlando. Convinzione comune che, a torto o a ragione, funziona come quelle geniali campagne di marketing, talmente ben pensate che finiscono per diventare le tue stesse convinzioni.

Si parte per fuggire o si parte per scoprire? Credo per entrambe le cose, e forse si fugge dall'impossibilità di scoprire. Ho sempre detto che me ne sarei voluto andare per cercare, non per scappare da qualcosa. Ma forse non è del tutto vero. Inizio a diventare troppo insofferente ad alcuni modi di pensare e comportamenti da cui mi sento sempre più circondato, accerchiato. Inizio ad essere stufo di sentire persone che continuano a lamentarsi e non muovono un dito per cambiare.

Faccio fatica a continuare a dialogare con chi predica il cambiamento, perché le cose così non vanno, basta che questo cambiamento stia fuori dal loro orticello e non intacchi i privilegi acquisiti. Boati e anatemi contro la classe politica, senza accorgersi che questa è l'esatto specchio della nostra società, che, nel nostro piccolo, siamo noi a determinare. Sono stanco di conoscere o avere a che fare con persone per cui la cosa che più conta è l'apparire, che escono la mattina dalle loro case con indosso la loro bella maschera e che quando riesci a intravedere cosa c'è sotto, trovi il nulla.

Sono annoiato da chi continua ad agire pensando sempre al giudizio altrui, senza mai sviluppare un sano ed autentico senso critico verso sé stessi. Sono deluso dalla mentalità dominante per cui chi frega l'altro è sempre il vincitore. Ne ho le scatole piene di un paese dove non si può mai cambiare nulla, dove tutti criticano e nessuno propone, dove tutti sembriamo anestetizzati, disposti ad accettare ormai qualsiasi cosa, dove la colpa è sempre dell'altro e pochi sanno assumersi le responsabilità. “Guarda che è uguale ovunque, cosa credi? Cosa pensi di trovare fuori?” è l’osservazione più comune che mi sento fare. Si, può essere, forse il mio è solo un miraggio. Anche se l’idea che mi sono fatto, non solo grazie alla mia esperienza a Londra, non è esattamente questa e poi, come al solito, nelle cose io ci devo ficcare il naso per vederle, capirle e crederle. Io amo l’Italia, ma è con gli italiani e con la nostra mentalità che credo di avere qualche problema di convivenza, con cui troppo spesso mi scontro.

E così, col fardello di questi pensieri (fossero solo questi), affronto questo “mese sabbatico”, un viaggio attraverso luoghi, persone, esperienze. Nella speranza di riuscire a fare un po’ di chiarezza dentro e fuori di me, per capire se sto percorrendo la strada giusta, avanzando con fare tipico di chi, sapendo già di essersi perso, ha la mano in tasca pronta a sfoderare la cartina. Opss, lo smartphone, volevo dire.

Liverpool Street Station mi accoglie con una tiepida e soleggiata giornata primaverile, fatto raro che poche volte si ripeterà, il tempo di prendere possesso della mia camera, spesa da Sainsbury’s e poi la curiosità mi porta subito verso la centralissima Leicester Square, sede della scuola d’inglese che avrei frequentato dal giorno successivo. Qui vengo immediatamente colpito dalla quantità e dalla varietà delle persone che mi circondano, dalla differente atmosfera rispetto a quella cui sono abituato e mi sento risucchiato da un vortice di belle sensazioni.

Mi siedo su un muretto, inizio a parlare con un ragazzo greco e subito mi sento spiazzato dalla confidenza che mi riserva e dal suo atteggiamento “friendly”, così difficile da trovare nella città in cui vivo, dove tutti mi sembrano intrisi di quell’insopportabile atteggiamento di superiorità e arroganza. Mi racconta della drammatica situazione greca e della sua scelta obbligata di lasciare temporaneamente il paese per realizzare i suoi progetti, con la voglia di tornarci presto. In effetti, basta poco per rendermi conto che tra le lingue più parlate camminando per strada ci sono lo spagnolo e l’italiano. L’evidenza empirica di quanto la crisi economica determini i  flussi migratori.

La vita londinese mi porta a contatto con diverse persone, da ogni parte del mondo, aperte al confronto, determinate, curiose, a volte incoscienti. Tutte accomunate da un’incredibile voglia di esprimere sé stessi. Essere a Londra è come essere contemporaneamente in tutto il mondo, pur rimanendo nello stesso posto, e te ne puoi accorgere dalle persone che incontri, delle lingue che senti, dalle abitudini che vedi, dagli scorci in cui ti imbatti camminando per la città senza una meta precisa.

Una grossa differenza rispetto all’Italia la sento subito nel grado di interesse che mi suscitano le persone che incontro, nei discorsi che puoi affrontare, nell’apertura mentale al confronto, nel mettere in dubbio le proprie convinzioni e sicurezze. Persino gli italiani sembrano meno “posh” e più interessanti, meno impegnati ad attribuirti un’etichetta e più aperti a capire chi sei. Trovarti a un tavolo e sentire raccontare da un ragazzo del Kosovo le ragioni della lotta per l’indipendenza del proprio popolo mi dà un punto di vista, giusto o sbagliato, che prima non avevo mai considerato. Sapere che per lui è impossibile viaggiare come normalmente facciamo noi, perché per qualsiasi Paese ha bisogno di un visto e ottenerlo è tutt’altro che semplice, mi fa pensare a molti aspetti che sono abituato a dare per acquisiti.

E mi fa riflettere sul significato stesso del processo di integrazione europea e all’autentico senso che dovrebbe avere la globalizzazione. Discorrere con un amico spagnolo sulle cause della crisi in Europa e dei suoi effetti in Spagna, sul ruolo della Germania nell’UE, su un’ipotetica “terza guerra mondiale” già in corso, non combattuta con le armi, ma con la finanza.

Sedermi con una ragazza sui gradini in una cornice spettacolare come Trafalgar Square, pervasi da un’inattesa e inspiegabile intesa, “speaking about life”, a ruota libera, delle motivazioni che ci hanno spinti fino a lì, dei nostri sogni e paure, delle nostre scelte, di quanto sia complicato l’amore, iniziando a vagare per Londra e accorgendoci all’improvviso di aver fatto le 7 di mattina. Ok… breakfast..?

Disegnare nel cielo il mio futuro tra le nuvole, sdraiato nel parchetto sotto il London Eye, la mia canzone preferita nelle cuffie, alzare lo sguardo e vedere in un colpo solo Big Ben, London Eye, lungo riva del Tamigi, la Cattedrale di St. Paul in lontananza e rimanere lì, inebetito, senza parole, ma con la gioia negli occhi. Ritrovarsi al Pub, qualche birra per rendere il mio inglese più fluente, al tavolo con persone da ogni angolo del mondo e con la sorpresa di una ragazza giapponese che intona e canta alla perfezione l’intero Inno di Mameli, con una pronuncia impeccabile. Questi sono alcuni dei momenti che mi hanno fatto sentire dannatamente vivo, in un modo in cui era tanto, troppo tempo che non mi sentivo. Attimi impagabili e inspiegabili, di una semplicità disarmante, ma che mi regalano una ricchezza che nessuna moneta al mondo potrà mai acquistare. 

Certamente la vita a Londra non è tutta rose e fiori e comunque non è una città facile da vivere, come si può immaginare. Talvolta ti appare come un leone che ti ruggisce davanti alla faccia, che ti vuole spaventare, intimorire.  Se non la capisci, non la apprezzi e non riesci ad inserirti nel giusto giro (lavoro, amicizie, ecc…) rischi di entrare velocemente in un vortice negativo e di sentirti solo, preso a sberle, spaesato, escluso, isolato in mezzo a milioni di persone. E senza soldi. Tutto è maledettamente costoso e per poterti permettere di vivere appieno la città e sfruttare tutte le opportunità che ti offre, devi poter contare su una discreta quantità di denaro o altrimenti devi accettare, almeno temporaneamente, la frustrante condizione di essere su una Ferrari e non avere la benzina da metterci. I salari, per i cosiddetti “lavoretti” alla portata di tutti, non sono così alti, però ti possono permettere di sopravvivere per qualche tempo. Ed è già qualcosa.

La concorrenza però è molto alta e spietata e per trovare un lavoro di livello più alto ci puoi mettere diversi mesi, senza dimenticare che l’inglese lo devi sapere, molto bene. Poi ti accorgi che capire e parlare con gli inglesi non è come con gli stranieri, è un altro mondo. C’è di buono che il mercato del lavoro sembra funzionare meglio, è più dinamico e meritocratico, o quantomeno questo è quello che sembra.

Talvolta hai l’impressione di essere sul bordo di una strada, dove tutti sono di passaggio. Chi per un mese, chi per sei, chi per un anno, due, ma tendenzialmente tutti sono di passaggio e soprattutto tutti sanno che anche tu lo sei. Si possono facilmente immaginare le implicazioni in termini di relazioni sociali. Per vivere Londra probabilmente devi avere una naturale predisposizione, coraggio, metterci tanto impegno e passione, tanta energia a disposizione, essere determinato, non scoraggiarti ed essere pronto a prendere tante botte e rialzarti velocemente. Se ce la fai, aspettati molto in cambio. E’ una sorta di “scuola di vita” accelerata. Questo è quello che credo di avere imparato dalla mia breve esperienza e soprattutto dal confronto con le altre persone che sono lì da più tempo.

Certo, non esiste solo Londra, ci sono tantissime alternative, magari anche più valide, per chi è alla ricerca di un’esperienza all’estero e che meriterebbero di essere prese in considerazione, ciascuna con particolarità e criticità differenti. Il mondo è incredibilmente vario e grande, ed io ne sono irrimediabilmente attratto. Ma Londra è stata la mia bussola, un buon punto di partenza per orientarmi, mi ha regalato un’esperienza che mi ha segnato nel profondo, mi ha spalancato la mente e ora la direzione da seguire mi è decisamente più chiara.

Ho cercato e continuo a cercare il confronto con persone ostaggio della stessa “malattia” e credo di riconoscermi nei sintomi. Si dice che non ci sia via di scampo, quando il virus si insinua nella tua mente, infetta le cellule del tuo cervello, si moltiplica e avvia uno strano processo di mutazione genetica. Tu non lo sai ancora, ma in realtà hai già deciso. Guardo dalla finestra e mi scappa un sorriso amaro, perché so di avere una naturale predisposizione a complicare ogni singolo aspetto della mia vita. A volte mi chiedo come sarebbe, se fossi come una di quelle persone che hanno trovato il loro equilibrio, la loro stabilità, il loro posto, la loro “normalità”. Solo che poi capisco che nella mia “follia” e  instabilità ci sto anche bene e che forse è proprio questa la mia, di normalità. Come dire … “il naufragar m’è dolce, in questo mare”.
Dicono che non si possono fare salti nel buio. Ok, io sto recuperando un accendino, se trovo una torcia, al massimo, mi può andar bene.

And you? Are you ready to jump?

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