Idee di viaggio

La Galleria Borghese di Roma

La “delizia di Roma” nella Villa Borghese che custodisce la collezione d’arte del cardinale Scipione

Galleria Borghese MUSEI Shutterstock
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La Galleria Borghese di Roma fu definita dal grande storico dell'arte Francis Haskell come una sorta di “meravigliosa confusione” per la sua varietà di opere e stili pittorici. È infatti un affascinante museo nato dall’insaziabile collezionismo del cardinale Scipione Caffarelli Borghese, nipote di Papa Paolo V. 

Immersa nella celebre Villa Borghese, la galleria si trova in un meraviglioso palazzo seicentesco che rappresenta la cornice ideale di capolavori conosciuti in tutto il mondo. 

Una collezione di sculture, bassorilievi, mosaici antichi, dipinti e sculture che vanno dal XV al XIX secolo si snoda nelle 20 sale affrescate che, insieme al portico e al salone di ingresso, costituiscono gli ambienti del museo aperti al pubblico. Tra i capolavori della raccolta, il cui primo e più importante nucleo risale all’epoca del cardinale Scipione, spiccano opere di Caravaggio, Raffaello, Tiziano, Correggio, Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Gian Lorenzo Bernini e Canova. 

Oltre 260 dipinti, inoltre, sono custoditi nei depositi della Galleria Borghese, collocati sopra il piano della Pinacoteca e allestiti come una quadreria. Sappiate che i depositi sono visitabili su prenotazione. Ecco perché visitare la Galleria Borghese, considerata da sempre “delizia di Roma”.

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( Vasilii L / Shutterstock)

Galleria Borghese

  • La villa 

La Villa Borghese "fuori Porta Pinciana", all'interno della quale è situata la Galleria, sorse all'inizio del XVII secolo intorno a un iniziale possedimento della famiglia Borghese, a cui furono progressivamente annessi altri terreni fino alla costituzione di un immenso parco. La rapida ascesa dei Borghese, di origine senese, nel contesto romano, culminò nell'elezione a pontefice di Camillo (1605-1621) che, con il nome di Paolo V, avviò la grande stagione di interventi urbanistici e di straordinarie imprese collezionistiche. I lavori di costruzione della villa e dei giardini, prima affidati all'architetto Flaminio Ponzio e poi a Vasanzio, si svolsero tra il 1607 e il 1613. A partire dal 1770 la villa fu sottoposta a un radicale rinnovamento dell'apparato decorativo, promosso da Marcantonio IV Borghese e condotto dall'architetto Antonio Asprucci. Una schiera di pittori, tra cui Mariano Rossi, Domenico Corvi e Christoph Unterberger, così come di scultori come Vincenzo Pacetti, Agostino Penna e l'argentiere Luigi Valadier intervennero nella decorazione degli ambienti, facendo della villa Pinciana un modello di rinnovamento stilistico di portata europea, a ridosso del definitivo affermarsi del Neoclassicismo.

Nel nuovo allestimento Asprucci dispose i maggiori capolavori della scultura antica secondo un nuovo criterio espositivo, ponendoli al centro di ogni sala e raccordando l'intero tema decorativo al nucleo iconografico del gruppo scultoreo. Nonostante la rimozione delle sculture archeologiche dell'antica collezione del cardinale Scipione, conseguente alla vendita imposta nel 1807 da Napoleone a Camillo Borghese e le successive integrazioni ottocentesche, ancora oggi, la decorazione delle sale rispecchia i criteri dell'allestimento voluto da Antonio Asprucci. È uno dei parchi che meritano una visita a Roma. 

  • La collezione

Con l'ascesa al soglio pontificio di Paolo V Borghese, il cardinal nipote Scipione Caffarelli Borghese intraprese un'intensa committenza architettonica, dando contemporaneamente avvio a una sistematica acquisizione di opere d'arte, che avrebbero reso la sua collezione una delle più grandi dell'epoca.

Nel 1607, attraverso il sequestro dei dipinti dello studio del Cavalier d'Arpino, entrò in possesso di circa 100 dipinti, tra cui alcune opere giovanili di Caravaggio. Nello stesso anno acquisì la collezione del patriarca di Aquileia, mentre nel 1608 furono acquistati 71 straordinari dipinti appartenenti al cardinale Sfondrato, fra i quali si ipotizza l'Amor Sacro e Amor Profano di Tiziano, il Ritratto di Giulio II, oggi conservato alla National Gallery di Londra, e la Madonna del velo di Raffaello, oggi al Musée Condé di Chantilly. 

L'estrema spregiudicatezza usata dal cardinal Scipione nell’acquisire le opere d'arte è testimoniata da numerose vicende, come quella dell'acquisto nel 1605 della Madonna dei Palafrenieri di Caravaggio, rifiutata dalla Confraternita poco tempo prima dell'esposizione nella cappella in San Pietro, forse per volontà dello stesso pontefice; o quella del rocambolesco trafugamento della Deposizione Baglioni di Raffaello, prelevata per volere di Scipione dal convento perugino di San Francesco a Prato, fatta calare dalle mura della città nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1608 e in seguito dichiarata "cosa privata del cardinale" da Paolo V.

Anche la collezione di sculture antiche era andata costantemente arricchendosi nel tempo: prima con l'acquisto nel 1607 delle raccolte Della Porta e Ceuli a cui si aggiunsero il celebre Gladiatore, oggi al Louvre, trovato nei pressi di Anzio, e l'Ermafrodito, scoperto durante gli scavi nei pressi della chiesa di Santa Maria della Vittoria.

Allo splendore dei marmi archeologici faceva eco la straordinaria novità della statuaria "moderna", in costante competizione con i modelli classici: dal 1615 al 1623 il giovane Gian Lorenzo Bernini eseguì per il cardinale i celebri gruppi scultorei ancora oggi conservati nel museo: la Capra Amaltea, l'Enea e Anchise, il Ratto di Proserpina, il David, l'Apollo e Dafne.

Alla fine del Seicento i Borghese potevano contare su una raccolta di circa 800 dipinti e su una delle più celebrate collezioni di antichità a Roma, oltre a uno sterminato patrimonio immobiliare. Fu proprio la raccolta archeologica a sollevare l'interesse di Napoleone Bonaparte, la cui sorella Paolina era andata in sposa al principe Camillo Borghese. In seguito alla vendita forzosamente imposta dall'imperatore, le sculture, tra la fine del 1807 e il 1808, furono smontate dalla loro sede originaria e trasportate al Museo del Louvre, di cui oggi costituiscono uno dei nuclei fondamentali della collezione archeologica.

Negli anni successivi, attraverso le reintegrazioni operate con il recupero di statue e nuovi scavi promossi dall'incaricato di affari del principe, Evasio Gozzani di San Giorgio, la Palazzina Pinciana assunse l'aspetto attuale. Nel 1902, la Galleria Borghese venne acquisita dallo Stato italiano.

(Foto:  © Evgenii Iaroshevskii / Shutterstock)

I capolavori da non perdere 

  • Paolina Borghese Bonaparte come Venere Vincitrice, Antonio Canova – Sala 1, Sala della Paolina

L’opera fu commissionata nel 1804 al celebre scultore veneto dal principe Camillo Borghese in onore della sua giovane moglie, sorella minore dell’imperatore Napoleone Bonaparte. Non senza destare un certo scalpore fra i contemporanei, la principessa vestì le sembianze della dea Venere, vittoriosa nel giudizio di Paride, per esaltare il proprio rango sociale e dinastico e la sua celebrata bellezza. Paolina giace seminuda su una dormeuse in legno dipinto, decorata da inserti dorati, mentre presenta tra le dita sottili il pomo, attribuito alla dea in segno di riconoscimento della sua supremazia fra le divinità femminili. Grazia antica e artificio compositivo si accordano con la resa naturalistica, quasi pittorica, dei morbidi incarnati e dei veli leggeri che le coprono i fianchi. 

  • Danae, Correggio – Sala 10, Sala di Ercole

Il dipinto è ispirato al mito greco di Danae, figlia del re di Argo Acrisio: avendo un oracolo predetto al padre che sarebbe stato ucciso da un figlio nato da lei, venne fatta rinchiudere in una torre di bronzo ma, come narra Ovidio ne Le Metamorfosi, Giove la raggiunse nella sua prigione sotto forma di pioggia d'oro e la rese madre di Perseo. La tela fa parte della serie degli Amori di Giove (insieme alla Leda, Il Ratto di Ganimede e Giove e Io) che Correggio dipinse per Federico II Gonzaga, allo scopo di farne dono a Carlo V, in occasione della sua incoronazione a Bologna nel 1530. Danae è uno dei pochissimi dipinti di Correggio in cui la scena è ambientata in un interno domestico. L’intimità dell’atmosfera è accresciuta dalla presenza dei due amorini che testano su una pietra di paragone la purezza dell’oro. Il dipinto di Correggio fu acquistato dal principe Camillo Borghese nel 1827.

  • David, Gian Lorenzo Bernini – Sala 2, Sala del David 

Bernini raffigura David, l’eroe biblico nell’istante che precede il lancio della pietra che colpirà il gigante Golia, chiamato dai Filistei per combattere contro l’esercito israelita del re Saul. A terra si trovano la corazza donata dal sovrano e una cetra, consueto attributo dell’eroe, qui significativamente terminante in una testa d’aquila, evidente testimonianza della committenza e dell’intento celebrativo del casato Borghese. La scultura nella parte posteriore non è rifinita, poiché in origine era addossata a una parete dell’attuale Sala I. Come per l’Apollo e Dafne, tale posizione esaltava nello spettatore la percezione dello sviluppo dell’azione attraverso la torsione del corpo e delle braccia contratte sulla fionda, fino ad arrivare alla visione del volto concentrato nello sforzo del momento, in cui andrebbe riconosciuto lo stesso Bernini. 

(Foto: © silverfox999 / Shutterstock)

  • Apollo e Dafne, Gian Lorenzo Bernini – Sala 3, Sala di Apollo e Dafne

Soggetto del gruppo scultoreo è la favola di Ovidio tratta da Le Metamorfosi, in cui si narra di Apollo che, a causa di una vendetta di Eros, è da lui colpito con una freccia d’oro che lo fa invaghire della ninfa Dafne, seguace di Diana. La fanciulla, invece, trafitta da un dardo del vile piombo, rifiuta l’amore del Dio e prega suo padre Peneo, divinità fluviale, di aiutarla a farle cambiar quelle sembianze che tanta passione avevano suscitato. L’opera rappresenta il momento culminante della metamorfosi di Dafne in albero di alloro. Bernini crea una messa in scena teatrale che mette in evidenza lo sviluppo della trasformazione.

  • Ratto di Proserpina, Gian Lorenzo Bernini – Sala 4, Sala degli Imperatori 

La scultura rappresenta il rapimento di Proserpina per mano di Plutone, dio degli Inferi.

Il mito, presente sia in Claudiano (De raptu Proserpine) sia in Ovidio (Le Metamorfosi), narra del rapimento della fanciulla sulle rive del lago di Pergusa, nelle vicinanze di Enna. La madre Cerere, dea delle messi, folle di dolore, ridusse alla siccità la terra, costringendo Giove a intercedere presso Plutone per consentire alla giovane di tornare da lei per sei mesi l’anno. Bernini rappresenta il momento culminante dell’azione: il dio fiero e insensibile sta trascinando Proserpina nell’Ade, i muscoli sono tesi nello sforzo di sostenere il corpo che si sta divincolando, tanto che le mani di Plutone affondano nella sua carne. Nel realizzare l’opera Bernini guarda al virtuosismo degli scultori di epoca manierista. Alla verità dell’azione, ricercata attraverso lo studio profondo dei modelli antichi, Bernini coniuga la forza plastica, l’intensità espressiva della fanciulla, la libertà dell’invenzione spinta fino a sfiorare i limiti fisici del marmo.

  • David con la testa di Golia, Caravaggio – Sala 8, Sala del Sileno 

Il dipinto fu eseguito con molta probabilità a Napoli, dove Caravaggio, fuggito da Roma nel 1606, si trovava in esilio per l’accusa di omicidio. L’opera rappresenta la vittoria dell’eroe d’Israele sul gigante filisteo Golia. David però non manifesta un fiero atteggiamento di trionfo mentre regge e osserva il capo mozzato di Golia; la sua espressione è piuttosto di pietà verso quel “peccatore”, nel cui viso Caravaggio avrebbe raffigurato il proprio autoritratto. La descrizione del volto di Golia, così vividamente espressiva nella fronte corrugata, la bocca spalancata per l’ultimo respiro, lo sguardo sofferente, l’incarnato esanime, rappresenta il risultato del dramma umano vissuto dall’artista. L’iscrizione che compare sulla spada “H.AS O S” è stata interpretata dalla critica con il motto agostiniano Humilitas occidit superbiam. L’episodio biblico diventa quindi impressionante testimonianza degli ultimi mesi di vita di Caravaggio, rendendo plausibile l’ipotesi secondo la quale il pittore avrebbe inviato la tela al cardinale Scipione Borghese, quale dono da recapitare al pontefice Paolo V per ottenere il perdono e il ritorno in patria. La grazia fu accordata ma Caravaggio, quasi al termine del viaggio verso Roma, morì sulla spiaggia di Porto Ercole per circostanze ancora misteriose.

  • Dama con liocorno, Raffaello – Sala 9, Sala di Didone

La giovane rappresentata è una fanciulla fiorentina, come si evince dal prezioso abito alla moda dei primi anni del Cinquecento, la gamurra. Il dipinto, del quale non si hanno notizie documentarie certe, fu commissionato, con molta probabilità, come dono di nozze. Lo suggeriscono alcuni dettagli decorativi, in particolare le pietre del pendente (rubino e zaffiro), simboli delle virtù coniugali e del candore virginale della sposa, e la perla scaramazza, simbolo dell’amore spirituale e della femminilità creatrice, già dall’età antica. La stessa collana d’oro, caratterizzata dal nodo, è un chiaro riferimento al vincolo matrimoniale. Allo stesso modo è stata interpretata la presenza del piccolo unicorno che le giace sul grembo, animale fantastico tratto dalla letteratura medievale, attributo di verginità. L’esecuzione del dipinto dovrebbe risalire agli anni del soggiorno fiorentino, precedenti il trasferimento di Raffaello a Roma.

  • Amor sacro e amor profano, Tiziano – Sala 20, Sala di Psiche 

L’opera per secoli ha costituito un vero e proprio enigma interpretativo. Fu con ogni probabilità commissionata dal Segretario del Consiglio dei Dieci, Niccolò Aurelio, il cui stemma è scolpito sulla fronte del sarcofago, in occasione del suo matrimonio con Laura Bagarotto, la cui impresa araldica compare sul fondo del bacile d’argento appoggiato sopra il sarcofago. Il riferimento alla simbologia nuziale è espresso dalla coroncina di mirto e la fibbia, entrambi attributi dell’amore coniugale, indossata dalla fanciulla seduta a sinistra. Il fulcro centrale della composizione è costituito dall’evidente contrapposizione delle due figure femminili, fisionomicamente simili: l’una vestita, in atto di guardare verso lo spettatore, l’altra nuda, che le si rivolge in atteggiamento di esortazione. La lampada che reca in mano, simbolo dell’ardore amoroso, permette di identificarla come Venere, mentre al centro Cupido rimescola l’acqua del sarcofago trasformato in fontana. Le ultime considerazioni critiche tendono a privilegiare il significato matrimoniale del dipinto, ovvero l’esaltazione delle qualità della perfetta sposa: splendidamente vestita nella sua dignità pubblica, ricca di attributi nuziali consoni al suo livello sociale, ma al tempo stesso nuda e ardente d’amore per il suo sposo nella sfera intima.

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I depositi 

La Galleria Borghese è il solo museo al mondo ad offrire un deposito concepito come una vera quadreria. Nel 2005, al terzo piano della palazzina, è stata allestita una “seconda pinacoteca”, uno spazio luminoso e organizzato aperto regolarmente al pubblico, ordinato per scuole di pittura e per aree tematiche. Qui si conserva quella parte della collezione che non trova posto nei due piani sottostanti. Nel grande ambiente dei depositi sono esposti, su due livelli, circa 260 dipinti. Nel corridoio esterno si trovano grandi tele di ambito raffaellesco, tra le quali la splendida Madonna con Bambino di Scipione Pulzone, la Madonna con Bambino di Perin del Vaga, la copia della celebre Madonna di Casa d'Alba della National Gallery di Washington.

Il salone centrale è dominato dalla grande tela di Lavinia Fontana raffigurante Minerva in atto di abbigliarsi, appartenuta al cardinale Scipione Borghese, che l'acquistò direttamente dall'artista o dai suoi eredi. Sul lato opposto il Cristo portacroce, maestoso dipinto storicamente attribuito a Sebastiano del Piombo ma il cui recente restauro ha permesso la nuova attribuzione a Giovanni De Vecchi. Lungo le pareti dedicate al Cinquecento e al Seicento sono esposte, tra le altre, tele dei Carracci e Le Tre età dell'uomo, copia da Tiziano di Sassoferrato.

Nel vano centrale si trova La Deposizione di Cristo nel sepolcro di Passignano, al piano superiore il Cristo flagellato di Giovanni Baglione, il biografo del Caravaggio. Nelle teche sono custoditi dipinti di più piccole dimensioni, tra cui gli splendidi olii su pietra paesina di Antonio Tempesta, La presa di Gerusalemme e Paesaggio fantastico.

Informazioni pratiche per la visita 

  • Orari

La Galleria Borghese è aperta dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 19.00, ultimo ingresso alle ore 17.00.

Per ragioni di sicurezza legate alla conformazione dell'edificio storico, l'accesso al museo è regolamentato in turni di visita di due ore l'uno, per un massimo di 100 persone ciascuno, nei seguenti orari di ingresso e di uscita:

  • 09.00-11.00
  • 11.00-13.00
  • 13.00-15.00
  • 15.00-17.00
  • 17.00-19.00

 

  • Biglietti 

La prenotazione è obbligatoria. Si può acquistare il biglietto sul sito ufficiale o chiamando il numero +39 06 32810.

  • Visite guidate

La Galleria Borghese mette a disposizione delle visite guidate in italiano e inglese, ma sono disponibili anche in altre lingue. Il costo delle visite guidate è di 8 €, oltre il prezzo del biglietto e i diritti di prenotazione. Le visite guidate si svolgono ogni venerdì alle ore 15.00 e alle ore 17.00. 

  • Visite ai depositi 

Le visite guidate ai depositi sono state momentaneamente sospese e dovrebbero riprendere a partire dal mese di marzo. Per ulteriori informazioni contattare il numero 06 67233753 o scrivere all’indirizzo ga-bor.info@beniculturali.it

Autore: Francesca Ferri

Foto: © Evgenii Iaroshevskii / Shutterstock

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