Idee di viaggio

Viaggio in Siria

Una vera avventura lungo un percorso che dalle speziate strade di Damasco al remoto Monastero di San Mosè l'Abissino, condurrà alle rovine dell'antica Palmira

Damasco SIRIA Shutterstock
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Prima parte
Contravvenendo alla legge che prevede che ogni napoletano abbia l’obbligo di andare in vacanza o a Mykonos o a Ibiza, la meta prescelta dal sottoscritto per la primavera 2009 è stata, come ormai tutti sanno, Damasco, Siria. Ecco il resoconto esclusivo e senza censure di quei cinque giorni trascorsi nella culla della civiltà.

Nonostante le dure reazioni in famiglia in seguito all’annuncio di tale scellerato viaggio (“E là cosa ti mangi?”), un bel dì di marzo raccolgo in un fagotto i miei modesti effetti personali (tra cui due set di pigiami e la mia collezione di cerbottane da combattimento) e mi reco a Milano a bordo del carro bestiame Trenitalia. Lì mi attende l’ottimo compagno di viaggio Alessandro Bontempi, commosso dai miei rutti che gli ricordano i bei tempi parigini.

Ma non c’è spazio per l’agrodolce nostalgia del passato, è tempo di aggiungere nuovo materiale alle future biografie ufficiali, quindi paghiamo le escort e ci mettiamo a letto in vista della partenza l’indomani. Il mattino dopo ci attendono due aerei che ci condurranno tra le braccia del divin Zoder®. Perché è proprio lui che stiamo andando a trovare, lui, il Marco Polo della Renania, il Robinson Crusoe ispano-teutonico, il Magellano di [ho esaurito le parafrasi] che ha deciso di imparare l’arabo sul campo andando a immergersi anima e corpo nella cultura mediorientale per nove mesi.

Sul volo per Istanbul, dove è previsto lo scalo, ci viene servita un’ottima colazione, impreziosita dalle violente turbolenze che scuotono il velivolo fino all’atterraggio. Faccio incetta di acqua potabile, distribuita da Turkish Airlilnes in pratiche confezioni globulari, col proposito di utilizzarla durante il soggiorno siriano per le funzioni primarie (sete, denti, bidet), dal momento che prima della partenza non avevo assunto vaccini di alcun tipo (proposito che decadrà la sera stessa, quando trangugerò un bicchierone di frullato di fragole e mango acquistato in una sordida bottega per strada con assoluta noncuranza igienico-sanitaria). Come vedremo, invece, Alessandro, pur vaccinatosi contro ogni malattia citata nelle enciclopedie, sarà costretto a cedere al più comune dei morbi che affliggono i viaggiatori.

Zoder ci attende benevolo all’esterno del fatiscente aeroporto di Damasco. Dopo i baci e abbracci di rito, ci scorta nel centro cittadino su un autobus con a bordo, tra gli altri, un insettaccio gigantesco entrato dal finestrino che mi causa sconforto e turbamento nella mia iniziale mezz’ora in Siria. Mettiamo finalmente piede a Kashkul, quartiere di Damasco in cui risiede il magistrale Zoder e veniamo investiti prima da un odore di spezie e terra battuta e poi quasi da un taxi in corsa. La prima cosa che si nota è proprio l’abnorme presenza di taxi nel traffico: pochi hanno i soldi per acquistare un’auto e ci si sposta in questo modo o con i minibus, vecchi furgoncini riadattati al trasporto pubblico. Costo di una corsa: 70 lire siriane (10 centesimi di euro).

Il codice della strada è qui un’utopia e gli autisti ne sopperiscono l’assenza con un ossessivo uso del clacson. Le macchine sfrecciano a velocità illimitata, anche quando, nei punti più impervi, si trovano costrette a fare lo slalom tra le rocce. Come conseguenza di ciò, in due-tre occasioni ho sfiorato la morte vera e propria nel tentativo di attraversare la strada. Buio totale, attimo di indecisione, perdo il tempo giusto, gli altri due hanno già attraversato da un pezzo e mi deridono, e io fermo in mezzo alla carreggiata che rivedo davanti agli occhi immagini di quand’ero piccino mentre un cretino a tutta velocità tenta di frenare a modo suo, ovvero suonando il clacson. Mi salvo, ma solo grazie alle abilità acquisite giocando da piccolo a Super Mario. 

Zoder è ospitato dalla famiglia Hilane, che vive al piano di sopra e gli mette a disposizione l’appartamentino sottostante. Come guadagna da vivere il signor Hilane? Esatto, fa il tassinaro. Ma solo quando gli gira: la fonte di reddito principale della famiglia è proprio l’affitto elargito da Christoph Zoder. Scopo ultimo di Hilane è, difatti, quello di dargli in sposa una delle due figliolette gemelle di 10 anni che scendono a intrattenerlo durante il giorno. Proprio le due gemelline ci danno il benvenuto, non prima di aver spiato la situazione come accade tipicamente quando ti atterra un ufo in salotto. Io e Alessandro porgiamo loro i nostri doni e Zoder ci preannuncia che saremo invitati di sopra a bere qualcosa. Ed è proprio così: la signora Hilane ci ha preparato del tè e ci attende. Io, che volevo evitare di bere acqua locale, bestemmio Allah in sordina. Rifiutare, mi spiega Zoder, sarebbe stato un insulto gravissimo verso quella ciaciona della signora (non distante come aspetto e ospitalità dalle tradizionali mamme napoletane). Risultato: bevo.

Seconda parte
Riassunto delle puntate precedenti: 33 d.C.: Gesù muore e si reincarna nel 1985 in Christoph Zoder, un tizio tedesco che un giorno prende e va in Siria. Due amici suoi vanno a rendergli omaggio portando ricchi doni. Per soddisfare la curiosità dei più piccini, vi racconto come si va a gabinetto in Siria (o, per lo meno, a casa di Zoder): il sistema di tubature non è fatto per ospitare carta igienica, dunque vi è un apposito cesto dell’immondizia a fianco al water in cui gettarla per non rischiare di intasare tutto. Inutile dire che l’abitudine a volte gioca brutti scherzi e che uno spaghetto può tornare molto utile in certi casi (ma solo se non si spezza).

Per avere l’acqua calda bisogna attendere una mezz’oretta e per la doccia si usano bacinelle. Ciò, in aggiunta al polveroso paesaggio esterno, dona al tutto un’atmosfera da dopoguerra italiano che è di ispirazione per Alessandro ad andare in giro per il quartiere a scattare quel tipo di foto documentaristiche che in seguito si guardano solo di sfuggita. Ma ecco che viene ricondotto all’ordine da un losco figuro che lo costringe a cancellare gli scatti. Sul momento Alessandro non capisce una fava ma, come Zoder spiegherà, si trattava di uno spione del regime baathista che voleva impedire che si mostrasse all’estero una cattiva immagine del paese. C’è da dire che ci troviamo in uno stato in cui il governo sulla carta è repubblicano, ma nei fatti vige la dittatura, i veri oppositori politici sono imbavagliati e il popolo semianalfabeta è narcotizzato dalla tv spazzatura. Ma adesso basta parlare dell'Italia e torniamo alla Siria.

Qui i dissidenti subiscono duri trattamenti, perciò, più per rimanere tranquilli che per reale adorazione, l’immagine del Presidente è esposta praticamente in tutti i negozi. Quelli politici costituiscono la stragrande maggioranza dei reati, crimini come furti e rapine, anche per motivi culturali, sono inesistenti. In ogni caso il popolo siriano è proverbialmente generoso e ospitale, specialmente con i turisti (o meglio, con i loro danari). Dopo una notte passata su dei letti che ancora non hanno conosciuto l’affascinante tecnologia del materasso, veniamo ancora una volta invitati dalla famiglia Hilane, stavolta a pranzo (e qui vanno in fumo le mie residue speranze di non contrarre malattie fulminanti). Gli Hilane sono al gran completo, come si confà alle grandi occasioni, con tanto di vecchio saggio capofamiglia.

Certo, passare dal panuozzo da Mascolo al tabouleh a Damasco avrebbe potuto rivelarsi traumatico per me, ma iniziamo a mangiare polpette di carne in verità davvero gustose, se non fosse per il fatto che le si condisce con varie salsine tutte poste in appositi vassoietti da cui tutti attingono, incrementando esponenzialmente le possibilità di contagio epatitico. Nel corso di tutto il pranzo, mentre la tv trasmette un trashissimo film bollywoodiano, molto apprezzato dai membri della famiglia, io e Alessandro ci limitiamo a pronunciare la parola “shukran” (“grazie”) indistintamente per qualsiasi cosa, mentre per il resto delle comunicazioni è Zoder che funge da interprete/balia.

Ero quasi riuscito per tutto il tempo ad evitare il tabouleh (orrido mix di prezzemolo tritato e pomodori), ma alla fine sono costretto a capitolare e mangiarmene un bel piattone cercando a malapena di governare i muscoli del volto che esprimono il disgusto. Allo stesso modo non posso rifiutare una tazza da un litro del caffè più ributtante mai assaggiato (il problema di fondo è l’acqua che usano, aveva lo stesso retrogusto disgustoso del tè del giorno prima). Ultimi dieci shukran prima di abbandonare il desco e metterci in viaggio alla volta di Maaloula. L’avventura, così come il lentissimo processo digestivo, può avere inizio.

Terza parte
Riassunto delle puntate precedenti: ci sono un tedesco, un milanese e un napoletano. Il tedesco, pur di non averli tra i piedi, scappa in Medio Oriente, ma il milanese e il napoletano vanno ugualmente a rompergli costringendolo a visitare per la decima volta gli stessi posti.

A Maaloula che cosa c’era? Trattasi di un piccolo paesino arroccato sui monti, non lontano da Damasco. Si risale un canion e si trova una piccola chiesetta cristiana dove per i turisti si celebra la messa in aramaico, la lingua di Mel Gibson. E ho liquidato così in tre righe un mezzo pomeriggio passato a camminare. Da lì ci spostiamo ancora più a nord, facendo l’autostop per coprire gran parte del tragitto nel deserto in direzione di Mar Musa, arrivando a destinazione in piena notte (in realtà era ora di cena, ma nel deserto era buio totale).

Deir Mar Musa al-Habashi (Monastero di Mosè l’Abissino) è un convento sorto nei pressi di una minuscola chiesetta dell’anno 1000 in cima a una montagna nel bel mezzo del deserto. In questo monastero ha sede una comunità di monaci che persegue i suoi ideali di fratellanza, dialogo e pace tra i popoli ospitando gratuitamente i viandanti in cambio di piccoli aiuti spontanei nelle faccende quotidiane. Ma prima di arrivarci mancano ancora i 500 scalini che, più che a dio, mi hanno avvicinato a satana, dalle imprecazioni che ho tirato durante la mezz’ora di salita. L’entrata, ad altezza puffo, costringe ad un inchino forzato al cospetto
dell’onnipotente.

Ci assegnano una spartana stanza in una casupola scavata nella roccia e, dopo qualche problema nel tenere in piedi le candele (rischio incendio: 50%), si va nella sala da pranzo a mangiare seduti a terra insieme a una trentina di persone e una quarantina di gatti quelli che scopriremo essere gli avanzi del giorno prima e del giorno prima ancora. In effetti il monastero è collegato al resto del mondo da un sistema di carrucole che non basta a fornire ogni giorno un approvvigionamento adeguato. La cena però non è malaccio, anzi. Mi convinco che se il mio stomaco mi farà sopravvivere a questo, da qui in poi non avrò più nulla da temere.

Successivamente attraversiamo un ponte a picco su uno strapiombo di 300 metri per accedere alla chiesetta in cui si celebra la messa, per tutta la durata della quale ovviamente mi scappa da ridere. Abbiamo modo di conoscere alcuni dei vari personaggi che popolano questa comunità, come l’australiano che stava girando il mondo in bicicletta o il brasiliano dai tratti giapponesi (o viceversa) che trascorreva ogni mese della sua vita in un paese diverso.

Il sonno è conciliato da un adorabile cane (cosa ci fa un cane nel deserto?) che avrà avuto le sue buone ragioni per abbaiare tutta la notte. In compenso, all’alba viengono a svegliarci per invitarci alla messa del mattino. Ancora? La vita monastica comincia a farmi innvervosire. Andiamo a fare colazione. Sorpresa: si fa colazione con le stesse pietanze della sera prima, che con la luce mattutina rivelano il loro aspetto disgustoso. Fingiamo di dare una mano a sparecchiare (io ho anche il tempo di rompere una busta piena di pane beduino e occultarla) e lasciamo il monastero per dirigerci sempre più a nord per visitare Crac des Chevaliers, un castello costruito dai crociati cristiani, col povero Zoder che ci era già tornato 3-4 volte durante le altre visite ricevute.

Dopo una vana ricerca dell’accendino del Presidente, troviamo un ristorantino nelle vicinanze, ove un cameriere palesemente omosessuale ci serve chili e chili di fritture di cui ci scofaniamo come se non ci fosse un domani.
Ed è questo che è fatale al nostro caro Alessandro. Sarà il pollo? L’hummùs? La melanzana fritta? Il ravanello? La digestione si fa per lui sempre più difficoltosa. Il tutto è aggravato dall’inquietante prospettiva del lungo viaggio in programma verso la città di Hama a bordo di un piccolo bus (il più scomodo incontrato finora) pieno fino all’orlo, seduti di fianco a un mitomane del luogo che ossessivamente tenta di intavolare discorsi col sempre più dolorante Alessandro.

Hama è famosa per due motivi: uno, la presenza delle norie, grosse ruote idrauliche di legno che sfruttano la corrente del fiume Oronte per innaffiare frutteti e giardini; due, perché nel 1982 il Presidente (padre di quello attuale) ordinò alle milizie governative di raderla al suolo e sterminare circa 40mila islamici insorti contro di lui, battendo il precedente record e vincendo così la puntata di quella settimana di “Scommettiamo che”.

Con la colonna sonora delle lagne ossessive provenienti dalle trenta moschee cittadine, ci sistemiamo all’Hotel Noria e andiamo a cercare il ristorante “Le Quattro Norie” (i nomi sono sempre molto fantasiosi), reperito sulla guida Michelin dell’agonizzante Alessandro. Il ristorante sembra introvabile, e Zoder ha la bella idea di chiedere indicazioni a un tizio che fino a due secondi prima era completamente immobile su una panchina e che ora si offre di condurci sul posto personalmente e magari di andare a dormire a casa sua. Quando Zoder decide di seguirlo, comincio ad inquietarmi e a dare evidenti segni di malcontento.

Dopo mezz’ora buona di cammino, io ormai rassegnato al rapimento, Alessandro in preda agli spasmi intestinali, giungiamo sorprendentemente alle “Quattro Norie”. Il tizio, con cui Zoder aveva discusso per tutto il cammino parlando di chissà cosa, si era davvero incaricato di accompagnarci fin lì. Ci saluta e va via. E io che avevo diffidato di lui... Consumiamo un frugale pasto, accompagnato dal fumo del narghilè che peggiora le già precarie condizioni di Alessandro, disgustandolo. Momento cultura: Zoder ci illustra le modalità con cui porgere il narghilè senza incorrere in pesanti allusioni sessuali. Ritorniamo in hotel. Zoder spegne l’aureola e dormiamo.

Quarta e ultima parte
Al mattino mi sveglia un suono di cascate: sono forse le cateratte del fiume Oronte? No, è la dissenteria di Alessandro. Il mio stomaco, seppur a fatica, era riuscito ad assimilare il pranzo del giorno prima, ma lo stesso non valeva per il mio compagno di viaggio. A peggiorare la situazione, una camomilla procurata da Zoder che ottiene il risultato opposto a quello sperato. Dopo colazione però ci attende un altro lungo viaggio nel deserto verso le suggestive rovine di Palmira.

Il bus pare introvabile. Per ogni spostamento fatto, Zoder ha sempre contrattato per qualche minuto come è usanza nei paesi arabi, ma stavolta sembra esserci qualcosa che non va. Alla fine troviamo un taxi che per 2500 lire siriane (36 euro circa da dividere in 3) ci accompagnerà per 150 km nel deserto quasi fino al confine con l’Iraq. È giornata di contrattazioni coi beduini.

I beduini sono tribù nomadi che amano vivere nei luoghi più inospitali per la vita umana: nella steppa, nel deserto, ai concerti di Baglioni, etc. Si spostano in cammello o in motoretta e vivono di allevamento e caccia, quelli che si sono impossessati delle rovine di Palmira invece vivono infastidendo i turisti. Per tutta la durata della nostra permanenza nel deserto uno di loro ci insegue tentando di vendere una kefiah a me e Alessandro. Partito da un prezzo iniziale di 1000 lire (14 euro circa), finirà per accettare un’offerta di 140 lire a testa (2 euro) per due kefieh e, nonostante il prezzo esiguo, sono comunque convinto che ci abbia fregato.

Pranziamo sul posto con ottimi spiedini di cammello e solite salsine, poi torniamo a Damasco guardando, a bordo del bus, un altro splendido e trashissimo film bollywoodiano. Nella capitale abbiamo tempo per andare a fare visita a un altro amico italiano di Zoder, con il quale discutiamo di politica e consumiamo alcune erbe a fini terapeutici (il cui possesso in Siria è punibile con la pena di morte).

Il giorno dopo lo trascorriamo a Damasco. Zoder vuole rovinarsi e ci offre una sauna con massaggio al costo di ben 5 euro a persona, inclusi tè e narghilè nella fase di asciugatura. La sera la dolce vita continua in uno dei ristoranti più in vista di Damasco, ove consumiamo una ricca cena per un conto di 20 euro totali. Il viaggio sta per volgere al termine, il pomeriggio dopo si parte, ma c’è ancora tempo al mattino per un giro nei tipici suq (mercati) di Damasco.

Salutiamo la gentile famigliola ospitante con un’ultima raffica di shukran carpiati con avvitamento e poi Mr. Hilane ci scorta in aeroporto col suo taxi (facendosi pagare). Zoder ci fa compagnia fino all’ultimo prima di ritornare placidamente alla sua quotidiana vita siriana.

La malinconia mi coglie, specie se penso alla notte che ho da passare nell’aeroporto di Istanbul: il volo per Roma è previsto per il mattino dopo, mentre Alessandro, che torna a Milano, partirà la sera stessa. Ma sorpresa delle sorprese: il volo di Alessandro è stato rinviato a sua insaputa al giorno dopo. A seguito del suo reclamo, gli viene resa disponibile da Turkish Airlilnes una camera per la notte e io, ovviamente, alla domanda “Anche il suo volo è stato rinviato?” rispondo con un perentorio "sì", appena una frazione di secondo prima che Alessandro mi smascherasse dicendo che non c’entravo nulla (quanto gli voglio bene!).

Tutto fila liscio e ci ritroviamo in un albergo a 4 stelle nel centro di Istanbul con tanto di cena su terrazza panoramica. Dopo un giro per Istanbul sotto una pioggia battente correndo felici come dei Gasparri il giorno della paghetta.  Io, come sfregio finale, torno in camera, riempio la vasca e mi immergo in acqua da vincente.

Buon viaggio a tutti.

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