Idee di viaggio

Tre sfigati in Svezia - III Parte

Terza parte del viaggio: approdo in Svezia

Landskrona SVEZIA iStock
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Tre Sfigati in Svezia, prima tappa Amburgo
Tre sfigati in Svezia, seconda tappa Copenaghen
  
Ciccio scese dalla 1100 e, dopo i saluti di rito, ci espose la sua triste vicenda.  In sostanza era accaduto questo: due suoi compari, un mese prima, al mare, avevano conosciuto due ragazze di Copenhagen che li avevano invitati a trascorrere qualche giorno nella loro città; il guaio era che i due compari non avevano un automezzo, mentre lui aveva la 1100. Tanto avevano brigato e tanto avevano promesso (Roba tipo: “Suvvia Ciccio, che ti costa darci uno strappo? Non c’è problema: figurati se quelle due non hanno qualche amica. Pensiamo noi a trovarti compagnia” e via dicendo) che Ciccio aveva acconsentito. Una volta giunti a Copenhagen i due infami s’erano insediati a casa delle due ragazze e avevano scaricato il meschino da un affittacamere lasciandolo con un palmo di naso.

“Quei mascalzoni... Quelle carogne... Quei figli di troia!” sbraitava come un ossesso “Da tre giorni giro come un mona per ‘sta dannata città perché non so cosa fare!... Ah, ma so ben io come sistemare quei due: adesso prendo su e me ne torno in Italia da solo... Io li distruggo... Io m’incazzo! Proprio così, io m’incazzo!”

Ciccio rifiutò quindi il nostro invito a consolarsi con una birra in nostra compagnia, risalì bestemmiando a bordo della 1100 e riprese il suo vagabondare. Non seppi mai come andò a finire ma dubito che i due scellerati mantenessero le promesse; dubito peraltro che Ciccio li abbia piantati in asso, per due motivi: in fondo Ciccio sperava che finalmente un’amica delle due danesi saltasse fuori e poi era noto come soggetto alquanto parsimonioso, di conseguenza la sola idea di non spartire il costo della benzina per il ritorno in patria lo sgomentava.

“Qua continua a piovere per cui sono rotto. Domani vediamo se in Svezia il tempo migliora.” decretò Mastino.
Concludemmo la piovosa serata in una “Cafeteria” ingollando “smörrenbröd” (= pane e burro), tipiche tartine danesi ad alto tenore di colesterolo e guarnite con i più svariati ingredienti: si trattava d’una delle poche specialità locali commestibili, a patto di controllare la guarnizione onde evitare il rischio di scegliere aringhe crude su marmellata di lamponi o paté di fegato di merluzzo.

In proposito, illustrare la cucina scandinava dell’epoca richiederebbe un disgustoso memoriale a parte; per questo motivo, e per evitare conati di vomito a chi legge, credo sia meglio soprassedere... ma temo dovrò tornare ancora sull’argomento.

Poi le solite due o tre birrazze e infine in tenda a beccarci i reumatismi.

L’APPRODO IN SVEZIA


Attualmente il Sund (braccio di mare tra Danimarca e Svezia) è superato da un ponte perché lassù, se un ponte à fattibile, lo fanno in quattro e quattr’otto; non come da noi, dove da decenni si farnetica circa irrealizzabili ponti senza concludere un beato piffero e sperperando denaro pubblico.

Allora il breve braccio di mare (venti minuti di traversata) era superato da piccoli traghetti misti per veicoli su gomma e carri ferroviari, frequentissimi ed economici, i quali univano Elsinore (DK) - dove sorge il castello di Amleto - a Halsingborg (S).

Finalmente approdammo sul suolo svedese e lì trovammo tre novità sconcertanti, una attesa, l’altra no, la terza quasi.

Quella attesa era che all’epoca in Svezia i veicoli procedevano sul lato sinistro della carreggiata, come in Inghilterra, ma il bravo Mastino - a parte qualche iniziale crisi d’imbranamento sulle rotonde - imparò a cavarsela quasi subito.  Poco dopo gli eventi narrati la Svezia passò alla circolazione sulla corsia destra; anche se la rivoluzione fu facilitata dal fatto che da tempo nel paese circolavano solo vetture con il volante a sinistra, la facilità con cui si svolse l’operazione suscita ancor oggi la mia meraviglia. I responsabili allestirono l’opportuna segnaletica modificata e la tennero coperta fino alla mezzanotte d’un giorno che non ricordo (ma ricordo i telegiornali dell’epoca), quindi in pochi minuti i vecchi segnali vennero disattivati, quelli nuovi attivati e gli automobilisti svedesi si portarono come un sol uomo sulla corsia alla loro destra. Va detto che a mezzanotte, nel paese, la circolazione era limitata ma che la rivoluzione si sia svolta senza incidenti di rilievo a me sembra tuttora incredibile.

Se penso che gli inglesi si tengono e si terranno nei secoli dei secoli la loro dannata guida a sinistra (oltre che la loro svalutata sterlinetta), ritengo che la buonanima del generale De Gaulle non avesse poi torto a volerli fuori dalla CEE, ma questa è un’opinione personale.

La novità inattesa era che già nel 1965 tutte le stazioni di rifornimento svedesi erano a self service, con numerose colonnine e un solo addetto alla cassa nello “shop” annesso alla stazione; la faccenda funzionava così: uno si riforniva, andava nello “shop” dove, se voleva, trovava lubrificanti e altri articoli per l’auto, snack, bibite rigorosamente analcoliche, giornali, souvenir, sigarette (carissime), preservativi, caffè dalla macchinetta, pagava e se ne andava. Con questo sistema bastava un solo addetto a gestire una grossa stazione e, di conseguenza, si potevano abbattere i costi.

Adesso sembra una banalità perché quasi tutti i distributori europei funzionano con questo sistema, tranne in Italia, dove stenta a prendere piede in quanto anche un distributore con due colonnine deve sfamare tre o quattro bocche. Risultato: gli addetti guadagnano una miseria e abbiamo i costi del carburante che sappiamo.

Al primo rifornimento restammo mezz’ora in attesa che qualcuno si degnasse di farci il pieno, poi un cortese automobilista locale ci spiegò a gesti che dovevamo arrangiarci e – con le rituali “eresie” tipicamente venete – provvedemmo, sia pure spandendo all’esterno un paio di litrozzi.

La novità quasi attesa era che i prezzi scandinavi presentavano, rispetto a quelli italiani, una differenza che andava dal 20% al 60% secondo i casi (però alcuni generi costavano meno come, appunto, la benzina): sapevamo qualcosa fin dalla partenza e già in Danimarca avevamo avuto qualche avvisaglia, però in Svezia la “forbice” era più accentuata. D’altronde il potere d’acquisto del cittadino medio svedese era ben più alto rispetto a quello del cittadino medio italiano, quindi per lui la vita era meno cara che in Italia, dove ci si cullava in un “boom” rivelatosi in gran parte illusorio ed effimero, mentre Roma era ancora circondata da borgate fatiscenti popolate da emarginati e nei “Sassi” di Matera convivevano ancora bestie e cristiani. D’altronde il privilegio d’abitare nel paese più bello del mondo (e dove si mangia e si beve meglio) ha un alto prezzo e noi italiani lo pagavamo, lo paghiamo e lo pagheremo sempre, però non bisogna tirare troppo la corda... Ma questo è un altro discorso.

Ci sarebbe da citare una quarta novità che ignoravamo: in Svezia era già in uso il temutissimo “palloncino”; per pura fortuna la cosa non ci non ci riguardò altrimenti sarebbero stati guai seri.

A LANDSKRONA

Appena sbarcati, Mastino decretò:
“Adesso si va a Landskrona, è a tiro di sputo.”
“Landskrona?” chiese Patata consultando la carta “Perché proprio a Landskrona? Non è neanche sulla strada per Stoccolma.”
“Perché a Landskrona c’è una mia pen-friend.”
“Ancora con ‘sta storia delle pen-friend! Non t’è bastata la figura di merda che ha fatto ‘sto sfigato?” disse Patata indicandomi.
“Piano con le parole!” m’incazzai “Altrimenti risalgo sul traghetto, torno a casa e vi mando affan...”
“Piantatela voi due!” troncò Mastino “Si va a Landskrona perché sta bene a me; se vi va è così, se no fuori dalla mia macchina!”
Appena giunti a Landskrona, Mastino parcheggiò la Simca e decretò:
“Adesso compriamo qualcosa, cerchiamo una cabina per telefonare alla tizia, e poi...”
“E poi?” domandammo io e Patata a una voce.
“Grandi speranze... se non altro per me.”
“Il solito egoista!” disse Patata “Almeno domandale di racimolare un paio d’amiche, possibilmente decenti.”
“Vedrò cosa posso fare per voi pellegrini... Forza, smontare!” ordinò Mastino.
“Andate voi due: io preferisco restare in macchina.” borbottò Patata.
“Come preferisci.” rispose Mastino.
Dopo qualche metro dissi:
“Vedi? L’hai fatto incazzare.”
“Vorrà dire che poi si disincazza... E muoviti!”
Comprammo qualcosa imprecando contro il costo della vita scandinava poi Mastino si chiuse dentro una cabina telefonica, confabulò circa mezz’ora e alla fine uscì con aria pimpante dicendo:
“Certo che il tedesco che parlano qui è un po’ difficile da capire, però è fatta.”
“In che senso?”
“Stasera siamo invitati a cena tutti e tre.”
“A cena? Ci sarà qualche amica per il dopo cena, spero.”
“No, solo lei e i genitori. Non ho ritenuto opportuno chiederle un paio d’amiche per voi due... Capirai, dopo il pasticcio che hai combinato con la tizia di Flensburg...” Tutt’un tratto Mastino s’interruppe “Porca la!... Dove diavolo s’è cacciato quel mona di Patata?”

Eravamo arrivati al parcheggio e la Simca era vuota e abbandonata!

“Guarda qua! Quel disgraziato ha lasciato le porte aperte...” esclamò Mastino con le mani nei capelli “Ah già, mi sono portato dietro le chiavi... Ma cosa combina quello scimunito?... Parla solo francese, pure male, e sarebbe capace di perdersi anche nei cessi pubblici!”

Mastino appariva nel marasma più totale e anch’io mi guardavo attorno sconcertato: in fondo non si trattava d’una gran perdita ma il fatto era comunque increscioso. In quella un garbato ed elegante gendarme ci s’avvicinò e disse in perfetto inglese.

“Cercate il vostro amico? L’abbiamo portato al comando, dall’altra parte della strada.”
Siccome l’unico che s’arrabattava con l’inglese ero io, chiesi con ansia:
“Al comando? Che reato ha commesso?”
“Nessun reato.” ridacchiò il giovanotto “S’è solo sentito poco bene ed è venuto da noi per cercare aiuto.”
“Che cazzo dice lo sbirro?” chiese Mastino sempre più turbato.
“Dice che Patata è al comando e che...”
“Lo sapevo! Non dovevamo lasciarlo solo! Quello ha allungato le zampe sulla prima che passava... Adesso ci sbattono al fresco tutti e tre! Spero almeno che ci mettano nella stessa cella così lo strangolo.”
“E lasciami finire! Patata s’è solo sentito male e lo stanno assistendo.”
Trovammo Patata sdraiato su un divano e accudito da due graziose poliziotte (Piacevole constatazione: infatti all’epoca le poliziotte italiane non erano state ancora inventate): non sembrava affatto che soffrisse, anzi.
“Ebbene, piattola, che t’ha preso?” chiese Mastino.
“Niente di grave: i miei soliti disturbi del ritmo cardiaco. Però il farmacista non può darmi la specialità se non presento la ricetta firmata da un medico svedese.”
“Quindi?”
“Quindi io e gli sbirri aspettavamo solo voi due per andare all’ospedale. Infatti subito dopo Patata venne fatto accomodare su una “Rekord” della gendarmeria e portato all’ospedale con tanto di lampeggiante e sirena, mentre io e Mastino seguivamo a bordo della Simca. All’ospedale i cortesi agenti si congedarono augurandoci buona fortuna, quindi Patata venne fatto sedere in sedia a rotelle e preso in consegna da un’infermiera che – camice a parte - somigliava ad Anita Ekberg in “La dolce vita”.

“Osteria che gnocca!” rantolò il paziente “E chi guarisce? Una come questa il ritmo cardiaco te lo manda in vacca!”
Con tipico intuito femminile, l’infermiera comprese il significato della battuta e sfoderò un radioso sorriso.

Dopo breve attesa in un’elegante saletta, Patata venne accolto dal cardiologo e trattenuto in ambulatorio un paio d’ore, dopo di che uscì con in mano una cartellina e un campione di farmaco che gli bastò per il resto del viaggio. Da aspirante medico, Patata non mancò d’apprezzare l’accurato servizio prestatogli: anamnesi, check-up cardiologico, temperatura, pressione, riflessi, peso eccetera. Inutile aggiungere che il cardiologo parlava un francese perfetto.

Terminata la visita, la bella infermiera - quasi scusandosi - disse in inglese:
“Sorry, ma il paziente è straniero e deve pagare il ticket.”
Spesa complessiva: l’equivalente di circa 1000 lirette! Poco anche per l’epoca, un’epoca in cui, in Italia, negli ospedali c’erano ancora le corsie da sessanta posti letto, le suore, i “baroni” con codazzo di dottorini ossequiosi e dove chi aveva i soldi poteva curarsi e chi aveva solo la Cassa Malattie... ciccia!

Una pillola e i disturbi di Patata cessarono in pochi minuti. Risaliti in macchina piantammo le tende al camping di Landskrona, dopo di che Patata disse a Mastino:

“Adesso parliamo di cose serie... Hai contattato la tizia?”
Quando Mastino ebbe esposto il suo resoconto, Patata prese a sghignazzare.
“A cena con mamma e papà! Và avanti tu che a me viene da ridere!”
“Ridi? Si vede che non sai come funzionano le cose qui in Svezia.” ribatté Mastino sdegnoso.
“Perché? Come funzionano le cose qui in Svezia?”
“Funzionano così: dopo cena i genitori si mettono davanti alla televisione e la tizia s’apparta con il moroso.”
Patata si fece cupo.
“S’apparta? Nella camera di lei?”
“E dove se no?”
“E tu come lo sai?” chiese Patata sempre più incupito.
“Lo sanno tutti tranne voi due ignoranti... Uffa! Adesso basta con le domande.”
“Basta un’ostrega! Tu non sei il moroso della tizia.”
“Quanto sei pedante! Vorrà dire che stasera fingerò d’esserlo.”
“E le amiche per noi?”
“Io chiedere alla tizia di trovare due amiche per due scalzacani come voi? Se è uno scherzo non mi fa ridere: mica voglio sputtanarmi in terra straniera, io.”
“E mentre tu sei appartato noi due che facciamo?”
“Non sono capperi miei.”
“Dicci almeno per quanto tempo intendi lavorarti la tizia.”
“Dipende da tante cose.”
“E noi dovremmo stare ad aspettare i tuoi porci comodi?”
“Niente affatto: potete tornare in campeggio a piedi.”
“Cazzo! Sono almeno cinque chilometri!”
“Una passeggiata dopo cena non può farvi che bene... E adesso basta veramente.”
“Tu ci godi a tirare porcate!”

Ci preparammo per la cena e all’ora prefissata (non ricordo, ma forse erano le 18: nei paesi nordici si cena di buon’ora) ci trovavamo davanti alla linda villetta in cui dimorava la “pen-friend” di Mastino. La fanciulla era meglio di quella incontrata a Flensburg ma non era nemmeno la tipica bellezza svedese vagheggiata dai tamarri: carina e simpatica ma niente di particolare. Non dico di più perché non ne ricordo le fattezze e se non le ricordo significa che non lasciò un ricordo indelebile.
I genitori erano persone distinte e garbate e, in proposito, devo dire che trovammo gli svedesi molto garbati anche se un po’ formali (chissà se è ancora così), eccetto i “raggar”... Chi erano il “raggar”? Leggete più sotto e lo saprete.

Non ricordo nemmeno cosa mangiammo, se non che si trattava di zozzerie frutto della tragica usanza culinaria - tipica delle genti nordiche - di mischiare il dolce con il salato: in quelle terre per molti versi tanto civili era impossibile mangiare qualcosa di decente. Perfino il pane (solo a cassetta e di produzione industriale) era addizionato con zucchero per cui manco potemmo farci qualche panino con il salame (anch’esso di produzione industriale e di qualità infima) o con il formaggio (praticamente si vendevano solo sottilette), ma unicamente con burro e marmellata, due delle poche “perle” della gastronomia nordica. L’unica pietanza che rammento fu un trancio di cavolfiore semicrudo e senz’ombra di condimento!

Per dovere d’ospitalità dovemmo ingollare quella robaccia  innaffiandola con beveroni dolciastri dal gusto ambiguo e lodando le virtù culinarie della padrona di casa. Terminata la cena, la svedesina annunciò che l’indomani doveva alzarsi presto per via di certi suoi impegni con gli scout (mi pare) e si ritirò salutandoci e raccomandando a Mastino di proseguire la corrispondenza. Poco dopo anche i genitori ci fecero educatamente capire che dovevamo toglierci dai piedi, e meno male, se no io e Patata - a forza di trattenere il riso - ce la saremmo fatta nei pantaloni.

Appena fuori scoccò l’ora della MIA vendetta (in ciò fui appoggiato da Patata che, anche se da sempre suo amicone, mal sopportava l’arroganza del compare) e, per Mastino, l’ora della SUA umiliazione.

“Fammi capire:” ghignai “non dovevi appartarti con la tua bella?”
“E noi” incalzò Patata “Non dovevamo farci una bella scarpinata fino al campeggio... o mi sfugge qualcosa?”
Poi io e Patata a una voce:
“Sceee-mo! Sceee-mo!”

Né io né Patata tenemmo conto del fatto che Mastino aveva il coltello dalla parte del manico (o meglio la Simca dalla parte del volante), ragion per cui, dopo qualche secondo d’impietosi sfottò, esplose:
“Smettetela immediatamente, frocioni, altrimenti la scarpinata ve la fate sul serio!... Adesso non ridete più, eh?” poi, come volesse convincere sé stesso “Bah, in fondo non ho perso granché... E dire che in foto sembrava una gran gnocca... A conti fatti meglio perderla che trovarla.”

Inutile dire che né io né Mastino rinnovammo l’iscrizione al “Pen-Friend Club”, infatti troppe iscritte taroccavano le foto e tiravano bidoni. L’indomani mattina partimmo completamente rappacificati e sereni come il cielo da cui, nel corso della nottata, erano sparite le nubi.

A questo punto qualcuno potrà chiedersi come mai - nonostante scoppiassero baruffe, a due o a tre, almeno venti volte al giorno, nonostante ci lanciassimo continui e sanguinosi insulti spesso riguardanti le rispettive madri o i rispettivi defunti - non fosse volata ancora qualche sberla, e non ne volarono per tutto il viaggio. A tale domanda rispondo che allora era così: non dominavano i rancori, i livori, le ripicche che oggigiorno portano ad assurde e tragiche conclusioni episodi anche banali (e noi vecchi non siamo immuni da simili pazzie). Tali comportamenti erano solo un sistema alternativo - “diversamente cordiale” oso dire - di gestire i rapporti umani... non so se rendo l’idea.  Ma procediamo.

VERSO LA CAPITALE


La strada scelta per avvicinarci alla capitale svedese era la lunga statale che corre parallela alla frastagliatissima costa del Baltico e che, a Norrkőping, si congiunge con l’itinerario più diretto, che invece taglia diagonalmente la Svezia meridionale toccando la zona dei grandi laghi.

L’unica grande città lungo l’itinerario è Malmő, pochi chilometri a sud di Landskrona (non la degnammo d’uno sguardo, andavamo di fretta), quanto al resto solo villaggi e cittadine tutte uguali, tutte pulite e ordinate, tutte inserite in un paesaggio per noi insolito e distensivo ma, alla lunga, monotono: dolci ondulazioni a perdita d’occhio, coperte da foreste di conifere alternate a zone agricole; di quando in quando il Baltico appariva in forma di baie o fiordi a coste basse che s’insinuavano all’interno del territorio; talvolta acque dolci e salmastre si mischiavano in estesi canneti che affiancavano la carreggiata. E fu proprio in una di tali zone paludose che chi scrive rischiò di brutto.

Non so se la causa scatenante fu la fettona di cavolo semicrudo (che però su di me non produsse analoghi effetti) mandata giù durante la cena di Landskrona o se si trattava d’una dote naturale comune ai due scostumati, fatto sta che Mastino e Patata (seduti davanti) si sfidarono in un torneo di peti ad alto potenziale. Quasi stordito dal tanfo provai a mettere il capo fuori dal finestrino ma, con angoscia, constatai che anche all’esterno regnava un’atmosfera altrettanto mefitica: infatti stavamo attraversando una zona paludosa in cui tonnellate di canne morte marcivano in acque morte, e la zona sembrava non finire mai!

Talvolta mi meraviglio d’avere resistito a quel supplizio degno della “Gestapo” e protrattosi più di un’ora. Comunque ce la feci e le foreste di conifere che seguirono alle paludi tonificarono le mie vie respiratorie con il loro aroma di resina... Però fu dura, credetemi!

La statale proseguiva monotona e sconnessa (evidentemente, anche in un paese ricco, gli effetti del duro inverno sull’asfalto non erano del tutto rimediabili) quando Mastino s’accorse che era sera, e se n’accorse solo guardando l’orologio: infatti, a quelle latitudini, d’estate non fa mai buio; non si tratta ancora del “Sole di mezzanotte” - fenomeno visibile a latitudini più elevate - ma comunque d’un chiarore persistente anche a notte inoltrata.

Di campeggi non c’era traccia, però, a un certo punto, vedemmo una freccia che segnalava un ostello. Mastino girò a destra e imboccò una strada a fondo naturale (molto migliore dell’asfalto) che s’inoltrava nella foresta e che, dopo una quindicina di chilometri, giungeva a un’insenatura in riva alla quale sorgeva un villaggio lindo e tranquillo, costituito da poche case, una chiesetta luterana e una scuola elementare; quest’ultima, durante la chiusura estiva, fungeva appunto da ostello (Buona idea; mi domando perché non si faccia lo stesso anche da noi: simili iniziative potrebbero rimpinguare le casse scolastiche).

Responsabile dell’ostello era una ragazzona di tipo un po’ rustico ma tutto sommato piacente, la quale si presentò come insegnante di religione. La cosa ci sconcertò: in Italia le donne insegnanti di religione (munite di benestare vaticano) furono inventate in epoca successiva, ma negli anni 60 l’insegnante di religione era sempre un pretone in tonaca e “tricorno”.
Per quanto riguarda la sistemazione, dopo notti di tenda - spesso funestate da rovesci - ci sembrò degna d’un sultano: edificio nuovo di trinca, camerata grandissima con quattro comode brande, servizi principeschi e pulitissimi, cucina/refettorio attrezzata e a nostra completa disposizione, il tutto per pochi spiccioli!

Scaricammo le masserizie e, dopo un po’, la giovane si rifece viva e c’invitò – omaggio ai primi italiani giunti in quel remoto angolo di Scandinavia – a un “Würstel-Party” sulla riva del mare. All’evento partecipavano i pochi giovani del luogo - i quali sembrarono stupiti nel constatare che non eravamo omini verdi - e la faccenda consisteva in questo: acceso un falò s’infilavano dei würstel in scatola su degli stecchi, s’abbrustolivano al fuoco e si mangiavano.

Nota a margine: una delle poche cose commestibili in Svezia erano gli “hot-dog”, venduti negli appositi chioschi ma solo assieme a “soft drinks”, come nei polizieschi americani; una vera disdetta, in quanto accompagnare un “hot-dog” con aranciata o coca anziché con una buona birrazza non l’ho mai ritenuto un abbinamento felice (quantunque oggigiorno tale barbara usanza sia abituale).

Un bel momento Mastino disse:
“Dai Ciano, tira fuori la chitarra se no non ci credono veri italiani: ‘sti qua non aspettano altro.”
“Ho comprato una moto Morini” e “Osteria numero uno” da me intonati con voce squillante suscitarono solo facce perplesse tra gli astanti, per cui, all’“Osteria numero sei”, (testi reperibili su Internet), Mastino m’interruppe dicendo:
“Ma che cazzo canti? Questi vogliono musica tipica italiana... Tu pensa ad accompagnarmi che al resto penso io.”
Mastino aveva una zia a Roma per cui “Anvedi, ecco Marino, la sagra c’è dell’uva” era nel suo repertorio e ciò lo indusse a esibirsi stonando come una campana e provocando ulteriori perplessità tra gli astanti.

Tutt’un tratto Patata c’interruppe:
“Piantatela cretini! Non vedete che state facendo una figura di merda?”
Saggia decisione, meno saggia la proposta che seguì:
“Piuttosto sono stufo di mangiare salsicce carbonizzate e bere roba tanto dolce da vomitare: perché non mostriamo a ‘sti buzzurri come si fa una bella spaghettata? La cucina ce l’abbiamo... Forza, invitiamoli!”
I ragazzi non se lo fecero dire due volte e gli spaghetti al pomodoro “Star” ottennero uno strepitoso successo, ma ancor più successo - ahinoi! – ottenne il Cabernet della Valsugana:

Un piccoletto (sissignori, i piccoletti ci sono anche in Svezia) si mise in un angolo con espressione cupa e diffidente, quasi a dire:
“Stiamo a vedere che porcata ci rifilano ‘sti terroni.”
Poi ingurgitò tre scodelle di pasta e un litro di Cabernet.
Finito il banchetto e congedati i commensali, Mastino aggredì Patata:
“Che t’è saltato in mente? Pasta e vino sono quasi finiti!”
“Bisognava pur rimediare alla figuraccia che avete fatto con quella stupida chitarra.”

La polemica finì quasi subito in quanto la giovane insegnante rientrò per ringraziarci della spaghettata; con l’occasione non mancò di sorridere a Mastino in un certo qual modo, per cui Patata – capita l’antifona - mi propose d’andar fuori a fumare: con tutti i suoi difetti, Patata sapeva essere molto discreto...

Dopo un po’ Mastino e la ragazza uscirono dall’edificio e si salutarono; quando lei si fu allontanata, la discrezione di Patata svanì come per incanto.
“E allora?” ghignò visibilmente invidioso “Avete ripassato il catechismo luterano?”.
“No, abbiamo fatto una bella ravanata.”
“Una volta per tutte, fammi capire cosa intendi per ravanata.”
“Eeeh...” replicò misterioso Mastino.
“Insomma, te la sei sbattuta?”
“Beh, se devo proprio essere sincero...”
“Almeno i vestiti ve li siete tolti?”
“Uffa, che curioso!”
“Volete sapere una cosa?” intervenni “Io la storia delle svedesi che ci stanno con il primo italiano che passa non l’ho mai bevuta.”
“Allora tu che ci fai qui con noi?” chiese Patata.
“Ecco, io... Ehm... Non volevo perdermi una gran bella gita.”
“Meglio che tu taccia! Sei solo un ipocrita, un bugiardo e pure un po’ stronzo!”
Come al solito Mastino prese il sopravvento.
“Diamoci un taglio!” sbottò “Lei ha detto le solite cazzate, che dovremmo conoscerci meglio... Insomma, ho capito che non era il caso d’insistere, perché sono un signore, io... Un vero signore! Porca puttana troia sfondata!”
“Ehi!” ribatté Patata allarmato “Non è che per caso tu voglia piantare radici in questo buco per approfondire la conoscenza?”
“Mancherebbe anche questa: qua sono dei burini, dei provinciali. A Stoccolma sarà tutt’altra cosa.”
“Se lo dici tu... Adesso scusate: fuori faceva un fresco, ma un fresco...” disse Patata fiondandosi verso i servizi.
“Questa dev’essere zona sismica.” osservai un attimo dopo sentendo i vetri tremare, però sbagliavo: si trattava del cavolo che continuava a lavorarsi le budella di Patata.

Alle dieci del mattino successivo (Mastino fu insolitamente mattiniero) riprendemmo la statale, ben decisi a giungere a Stoccolma in orario tale da consentire un sopralluogo.

Tre Sfigati in Svezia, prima tappa Amburgo
Tre sfigati in Svezia, seconda tappa Copenaghen

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