Idee di viaggio

Tour in Cappadocia e Turchia Sud Orientale

Partiamo insieme a Protokina e ai suoi consigli lungo l'itinerario tra Cappadocia, Nemrut, Urfa, Harran, Mardin, Diyarbakir, Hasankeyf e altre località turche

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Autore: protokina
Periodo: agosto


Tralascio i primi due giorni a Istanbul (e il tipico alloggio a Sulthanamet e gli abituali percorsi di visita dei monumenti/luoghi più noti della città) per fornire un (breve) resoconto che possa fornire indicazioni o di ispirazione a chi ha intenzione di andare in Cappadocia e nella Turchia Sud Orientale.

Cappadocia
Siamo arrivati a Goreme la mattina presto del 14 agosto
dopo una nottata in cui siamo riusciti anche a dormire a bordo di un pullman accessoriato di tutti i confort, come su tutte le tratte a lunga percorrenza, con mitici steward che forniscono acqua, biscottini e terribile acqua di Colonia. Non avevamo prenotato niente seguendo le indicazioni trovate sul web, all’otogar di Goreme il ragazzo più sveglio dell’ufficio turistico ha fatto per noi una raffica di telefonate agli hotel/pensioni per verificare prezzo e disponibilità di una stanza doppia.

Dopo un paio di chiamate abbiamo trovato la nostra pensioncina (Kookabura) per meno di 30 euro a stanza, le sistemazioni comunque sono talmente tante che il consiglio è di verificare in loco: si risparmia sempre, riuscendo anche a trattare se si rimangono più notti.

Indicazioni sparse: abbiamo fatto un po’ di tutto nei quattro giorni in cui siamo rimasti, tour gionalieri organizzati (il Green: città sotterranee, valle di Lhara, Monastero di Selime) e giornate autodafè in piena libertà. Molto meglio le seconde: le distanze sono minime e ci sono mezzi pubblici a disposizione per visitare i luoghi di interesse più vicini a Goreme e quelli un po’ più lontani; a noi è piaciuto in particolare il museo all’aperto di Zelve: siamo rimasti a camminare arrampicandoci tra le tre vallate di formazioni coniche rosate in tufo (un tempo una vera e propria città abitata che ora in parte sta crollando), per cinque ore!


Sicuramente più spettacolare, grande e appassionante del museo all’aperto di Goreme. Bellissima anche la vicina valle del Devrent (raggiungibile in bici, a piedi o contrattando con un tassista) e Paşaglari, il punto tra Goreme e Avanos servito da autobus: qui ci sono in assoluto le formazioni rocciose più belle per gli appassionati di camini delle fate (a dispetto di quello che scrive la Lonely Planet).

Il giro in mongolfiera era un po’ fuori budget per noi, ma sentendo le esperienze di molti compagni di viaggio ne sarebbe valsa sicuramente la pena, alcuni hanno ottenuto un buon prezzo, attorno ai cento euro, prenotandolo a Istanbul in agenzie specializzate a Sulthanamet.

Nemrut Dagi
Avevamo la fissa del Nemrut, ma da Goreme (o Kayseri) gli autobus verso Adyaman o Katha non sono molto frequenti e comunque il loro arrivo ci siamo resi conto non coincideva con la salita dell’alba o del tramonto. Per evitare di perdere tempo alla fine abbiamo comprato un pacchetto da un’agenzia sulla via principale di Goreme che organizza escursioni di due giorni per il Nemrut e che invece di riportarci in Cappadocia ci ha lasciato a Urfa. Per poco più di cento euro: trasferimento e cena/pernottamento nel piccolo paesino di Karadut ai piedi del monte, salita all’alba (sveglia alle 4), pemanenza di un’ora sulla cima, ripartenza per Urfa con pranzo, escursione ad Harran, rientro a Urfa, fine del servizio.

Sinceramente, se avete tempo organizzatevi da soli magari facendo base a Katha, così è fatto tutto troppo di corsa e si arriva veramente con l’ansia. Impressioni sul Nemrut: un po’ deludente, sarà che forse l’aspettativa era molto alta, ma quando arrivi in cima le teste sembrano più piccole di quello che ti aspetti, il sito è piccolo e sono bastate una cinquantina di persone presenti per mettere in ombra teste e statue compromettendo foto ed atmosfera. Non si capisce perché non le ricompongono…l’impatto visivo sarebbe senz’altro più potente. Nota meteo: quando siamo saliti noi era talmente caldo che eravamo in maglietta, in generale una felpa è più che sufficiente in questo periodo.


Urfa e Harran

Queste due tappe erano comprese nel pacchetto di cui sopra per cui le abbiamo fatte in gruppo e di corsa.
Soprattutto Urfa andrebbe invece assaporata e vista lentamente, in accordo con il ritmo della gente che ci abita: la sensazione di essere gli unici stranieri in giro non è fastidiosa, le persone sono molto curiose e gentili, ci si sente osservati ma in modo premuroso.

I bambinetti fuori dalla moschea principale e dalla vasca delle carpe sacre ti fermano, ma sono sempre molto rispettosi: vogliono sapere da dove vieni, dirti semplicemente "hello" o farsi fotografare. A Harran l’atmosfera è ovviamente diversa, è un antico villaggio di case di fango (in realtà ricostrutite negli ultimi duecento anni) che è noto per essere uno dei più vecchi insediamenti abitati continuamente sulla terra e residenza per qualche tempo di Abramo.

All’arrivo ci si ferma su una collinetta che domina i resti dell’antica università islamica con il sopravvisuto minareto dell’originaria moschea e del castello: una frotta di bambine si avvicinerà cercando di vendervi dei portafortuna, sono molto insistenti ma anche molto simpatiche se ci scambiate qualche parola in inglese, oltre che veramente belle (alcune hanno i tratti somatici macedoni con gli occhi chiari, altre sono totalmente arabe nei colori e nella lingua). Scendendo poi si arriva al nucleo di una casa alveare con cortile che è stata ristrutturata e adibita alle visite: l’impressione è che tutto sia stato preparato ad hoc per l’arrivo del turista, se si volge lo sguardo attorno rimane qualche sparuta casa del polveroso vecchio villaggio, qualche gallina e poco altro.

Mardin
Sugli autobus in generale: verificate bene di persona alle otogar l’esistenza e i relativi orari sulle singole tratte in tutte le agenzie delle compagnie che sono allineate, in ogni caso i venditori appena capiscono dove siete diretti si proporranno tutti in coro. Ad Urfa ad una mia amica hanno dato apposta un orario sbagliato di un ora per farle acquistare il biglietto e impedire che comprasse dai concorrenti che partivano prima. Il tipo poi si è profuso in interminabili scuse quando ci siamo presentati insieme per prendere l’autobus e non c’era!


In generale occorre armarsi di pazienza per farsi capire, meglio girare con carta e penna per farsi segnare gli orari, la capacità di comunicare a gesti soprattutto dei curdi è abbastanza relativa. Se siete donne poi è probabile che non vi prendano molto in considerazione come è capitato a noi, occorre farci l’abitudine. Mardin però ricompensa di ogni fatica: è veramente molto bella, sia per la posizione panoramica a 280 gradi sulla mesopotamia e la vicina siria, sia per la bellezza e il colore caldo dei numerosi edifici storici sotto il sole riflettente.

Nessuna indicazione utile dall’ufficio turistico: non sanno dirvi nulla, per fortuna non c’è n’è bisogno, si trova tutto da soli. Se si vuole spendere poco, l’alloggio è un po’ un problema: nella città vecchia c’è solo un albergo economico ma piuttosto pidocchioso (dipende dai standard di ognuno però), l’Hotel Bashak. Gli altri sono tutti boutique hotel con stanze che partono dai 50 euro. L’alternativa è dormire giù, nella parte nuova della cittadina dove ci sono più posti a disposizione.

Tenendo conto che esiste un comodissimo autobus che compie il tratto città nuova – città vecchia – otogar ogni dieci minuti (le fermate sono numerose e disseminate lungo tutto il percorso) è una scelta da valutare. L’altro posto imperdibile in zona è il monastero siriaco ortodosso cosiddetto Zafferano, a 6 km da Mardin: è isolato su un’altura rocciosa ed ha una vista fenomenale sul mare mesopotamico e vi si respira un senso di equilibrio e di spiritualità pacata veramente fortissimi. L’unico modo di arrivarci è il taxi, la tariffa concordata tra i tassisti di Mardin è 15 euro andata, ritorno e tempo della visita.

Se potete prendervela comoda, il percorso ideale (che noi ovviamente non abbiamo seguito!) da qui con i mezzi pubblici sarebbe attraverso Midyat, con la visita al Mongabriel (altro monastero che dalle immagini sembra bellissimo) e Hasankeyf, esistono infatti frequenti minibus che collegano queste località.


Diyarbakir
Non volendo farci mancare niente e nonostante il poco tempo a disposizione da Mardin, ci siamo diretti nella capitale dell’identità curda, un’altra mia fissa prima di partire (chissà perché?!). Atmosfera più dura, da metropoli del terzo mondo: arrivando in autobus abbiamo attraversato quartieri molto degradati, con uomini e donne (queste ultime per la prima volta) buttati in strada a fare l’elemosina, fuochi accesi ovunque, bambini malridotti.

Si avverte perché si vede subito che c’è parecchia gente che vive ai margini in condizioni pietose, basta fare un giro in alcuni a ridosso delle nere mura cittadine per rendersi conto delle baraccopoli che sono sorte nelle vicinanze. Eppure non abbiamo mai sentito alcun senso di pericolo reale girando nella città: oltre a quelli descritti ci sono luoghi incantevoli e abbandonati dove per accedere abbiamo dovuto bussare a porte che davano su cortili privati: è il caso degli splendidi resti di una chiesa e di un cimitero armeni, chi ci ha aperto ci ha accolti con stupore, sorrisi e benevolenza.

Allontanando sedicenti guide e bambini scocciatori, ci siamo goduti una passeggiata memorabile terminandola nell’incasinatissimo bazar dove ci siamo accattati l’inevitabile kilim. Il resto della città è piuttosto inguardabile una volta esaurite moschee e chiese. All’ufficio turistico vi daranno una mano, proponendovi alloggi convenienti e puliti, per lo più parlano francese.
 
La nuovissima otogar è molto più distante dal centro della precedente, c’è un servizio di autobus dall’altra parte rispetto agli arrivi, si impiegano però quasi quaranta minuti.


Hasankeyf
Finalmente con i piedi nell’acqua e i micro pescetti che si incuneano tre le dita! Dopo tanti giorni di trasferimenti e fatiche sotto il caldo opprimente, la giornata trascorsa nel villaggetto sul Tigri ci è sembrata una vacanza nella vacanza. Il ramazam è iniziato ieri e tutte i ristoranti sul fiume sono chiusi, ne abbiamo approfittato per sdraiarci sulle piccole palafitte rivestite di tappeti e cuscini e goderci l’ombra e il venticello sotto le frasche secche. Alcuni bambini in bicicletta si sono avvicinati e abbiamo scambiato qualche parola chiedendogli della diga che dovrebbe sommergere Hasankeyf, sperano che alla fine non succeda, gli piace incontrare viaggiatori che vengono da lontano.

Il paese è un’unica via con qualche baretto deserto, un esile minareto su cui hanno nidificato due cicogne e poi la stradina in salita porta al castello che sta letteralmente crollando a pezzi: si paga il biglietto e si sale arrampicandosi un po’ in giro, la vista sul fiume è magnifica. E’ tutto qui, un angolo di estremo relax. Per dormire c’è un piccolo motel con sette stanze, accettabile, o in alternativa soluzione spartana, un campeggio (quasi) attrezzato.

Van
Siccome ormai non possiamo rinunciare alla notra dose giornaliera di autobus turchi, la sera ne prendiamo uno al volo da Batman (anonima cittadina a 30 km da Hasankeyf nota solo per i pozzi petroliferi e per una grande otogar nuova di zecca) a Van. Sono sette ore di viaggio, ci prepariamo all’ormai classica ronfata coccolati dal nostro steward.


Non sarà proprio così: la stada è un vero disastro con lunghissimi tratti sterrati, pareti rocciose franate, deviazioni su stradine minori. Dubitiamo di arrivare, alla fine sbarchiamo a Van alla 2 di notte senza aver chiuso un occhio. In generale l’esperienza diretta di viaggio sulle strade della parte sud orientale, da’ l’impressione che il governo stia cercando di mettere mano a tutte le infrastrutture (anche il tratto da Goreme al Nemrut è un ininterrotto cantiere), chissà forse in prospettiva dell’ingresso in UE.

Dopo una notte breve e nerissima in un anonimo albergo inizia il nostro ultimo giorno a disposizione prima di rientrare con un volo interno ad Istanbul (sarà Sunexpress: puntualissimi). La fatica accumulata comincia a farsi sentire e inaspettata (ma come proprio alla fine?) arriva pure la dissenteria. Alla fine riusciremo a visitare il castello nella parte vecchia (ci si arriva con autobus cittadino e il sito è competamente abbandonato a se stesso, spadroneggia la solita banda di ragazzini qui particolarmente agressivi) e a 9 km l’area denominata delle sette chiese (in taxi circa 12 euro).

Ci tocca rinunciare alla visita del castello curdo di Hosap a una trentina di km, è in restauro. La chiesa di Akdamar è troppo lontana…ci ripromettiamo di partire da qui per un prossimo viaggio nelle Turchia Nord Orientale, trascorriamo le ultime ore rilassandoci a Edremit in riva al lago.

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